Vivalascuola. A cosa serve il latino?

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Vivalascuola, La poesia e lo spirito, 4.9.2016

A cosa serve il latino? A cosa serve la seconda lingua comunitaria? A cosa serve l’insegnante di inglese? A cosa servono gli insegnanti tecnico-pratici? A cosa serve il diritto? A cosa serve il liceo scientifico tecnologico? A cosa serve il liceo delle scienze sociali? A cosa servono le compresenze? A cosa serve la scuola pubblica? Visto che abbiamo la nostra maestra unica?

Cicerone6

Lingua latina moritura nos salutat!
di Lucia Tosi

Mi capita di pensare spontaneamente sempre più spesso ad una cosa a cui, un tempo, mi sforzavo di pensare, alla quale quasi mi imponevo di credere. Sapevo che non era, allora, un moto spontaneo dell’animo, che c’era, o poteva esserci, una dose di snobismo: da me a me, mica verso altri. Mica andavo in giro a vantare una cosa così, che poi i colleghi si sarebbero sentiti in dovere di darmi ragione, per non sfigurare, o di darmi addosso perché, a ben vedere, è da pazzi, anzi, era, perché mi sa che, se faccio un sondaggio, siamo in tanti a pensarla ‘sta cosa qui, adesso. Insomma: ho più piacere a insegnare latino che italiano.

Tutto qui? Calma. Mica è un gusto come un altro. Mica è un gelato alla vaniglia o alla fragola. Che poi, cosa vuol dire piacere. Sarà mica un piacere insegnare, ma dai! “I would prefer not to” spesso mi dico, per ironizzare sulle mie fatiche, quando una di nuova mi si presenta in tutta la sua sgradevolezza. “Avrei preferenza di no”: per esempio prima di attaccare un pacco di bei ventiquattro temi, prima di affrontare la ventiquattr’ore di Les Mans a decifrare il cirillico, il gotico aureo, financo il runico dei miei alunni. Per meglio entrare nella parte fingo di indossare delle mezze maniche, mi dedico a scongiuri, boccacce, gesti apotropaici tipo haka, tutto per allontanare il momento in cui leggerò le solite quattro frasette sciacquamorbido, i soliti incipit “oggidì, al giorno d’oggi”, anche per parlare di Ulisse, “fin dalle origini l’uomo…” per parlare degli spettacoli televisivi.

L’hanno voluto il saggio-breve o articolo? Eccoli accontentati. Qualche volta mi salvo con il pacco da venti di quelli di quarta, tanto carucci: però ho già capito che, arrivato il momento di dar corso a ‘sto stramaledetto saggio-breve, anche loro, di solito così bravini, stanno scantonando. Ma questa è solo una delle cose che compongono l’insegnamento dell’italiano. Ci sono le lezioni frontali, i dibattiti, le letture ad alta voce, gli spettacoli teatrali, le interrogazioni, le relazioni. Insomma, per far saltar fuori qualcosina di un po’ meno penoso ci sono tanti modi. Senza far niente (“niente” è quello che nei racconti all’ora di pranzo sul conto della mattinata a scuola pare ricorra più spesso: che hai fatto di bello a scuola oggi? Niente), senza far “niente” non si sta mai, anche se penso che la letteratura, per fare il suo effetto, dovrebbe fare silenzio attorno: leggere leggere leggere. Ascoltare. Poi, forse, discutere: un po’, non tanto. E invece: compiti compiti compiti. E giù voti a sciocchezze, scopiazzature,non-sense, ovvietà: frullini nelle tombe dei poveri grandi morti delle nostre patrie lettere.

Ma il latino, no! Il latino è un’altra cosa. Sarà pure peggio, vien da pensare. Non “vanno bene” in italiano ‘ste creature, come fanno ad andare bene in latino. E infatti vanno malissimo, con rare eccezioni. Ma io, da un po’, da almeno tre anni, preferisco le “ore” di latino a quelle di italiano. Batto e ribatto sempre sulle stesse cose. Ottengo che studino un millimetro di più ogni kilometro che faccio. Lo scritto mostra versioni lunari che sembrano il frutto della traduzione dal latino in italiano di un ucraino appena arrivato in Italia. Jonathan Safran Foer non ha inventato niente: sono almeno quindici anni che leggo testi da fare invidia ad Ogni cosa è illuminata.

Ogni insegnante di latino lo sa: tutte le cose che uno studente non scriverebbe mai in italiano vengono buone per tradurre dal latino. Ogni volta che trovano un “eius” (lett.“di quello”, cioè “suo”, non riferito al soggetto) traducono “di quello”: il cane “di quello”, la spada “di quello”. Per contro estendono a tutta la declinazione il pronome interpretato come possessivo: ei (“a quello, a lui, gli”) gladium dedit: gli diede la spada—-> diede la “sua” spada (a chi? io te la darei in capo, la spada). Che c’è di piacevole in tutto questo? Niente. Meno di niente. Arrivati in terza scientifico rimuovono tutto. Un’estate al mare, e… pluf! Quando leggono sembra facciano apposta: non beccano un accento al posto giusto. L’accento più suggestivo, da sballo, guarda, è quello di amavĕrimpronunciato amavērim che mi vien da dire stupìdo, arrivedorci, come Ollio. Sospiro. Però le regole dell’accento, basta. Così per “suus et eius”. E per il dativo di possesso, quel sumprohabeo che non lo vedono mai, che se poi non c’è il verbo sum è finita. Ogni limite ha una pazienza. Eppure, che assurdità, mi piace insegnare il latino più dell’italiano e adesso mi pare di capire perché. ( Aveva ragione Petrarca, e anche il dottor S., quello di Zeno, cioè Svevo: scrivere permette di fare “almeno” chiarezza).

Ti piace perché sei masochista.

Ti piace perché hai il ghiribizzo del kitsch.

Ti piace perché sei sadica.

Ti piace perché il latino è circoscritto, morto, finito. Mica come l’italiano.

Ti piace perché non serve a niente.

Ti piace perché è come difendere la Fortezza Bastiani che però i tartari sono già dentro da un pezzo.

Ti piace perché ti senti come uno di famiglia al capezzale di un moribondo. Gli parli, lo accompagni verso la sua dipartita, speri che non soffra. Reciti anche qualche giaculatoria. In latino.

Ti piace perché appunto per questo ti senti un po’ eroica, un po’ donchisciottesca. (Ti senti anche un po’ stupida, ma ormai ti senti una stupida in tante occasioni, stupida per definizione: “magistra litterarum ergo stultaquia paucam pecuniam capit neque ad tabernam potest ire sicut Alexander Magnaechartae ante diem octavum Idus Apriles dixit).

Ho fatto anche i miei esperimenti. Ho voluto provare un paio d’anni ad insegnare ai piccoli con il metodo Ørberg (1). In linea di massima funziona. Dà risultati lenti ma costanti nei primi due anni, poi permette agli studenti di muoversi agevolmente fino alla fine del ciclo di studi con testi sempre più complessi ed un uso minimo del vocabolario. Questo perché il latino si impara come una lingua viva; si impara a parlarlo, a scriverlo. Niente cose come “il quadro è sul muro”, “il gatto sta sotto il tavolo”, ma in sostanza si arriva presto a comprendere semplici frasi e a rispondere correttamente.

Per il prof. vuol dire ristudiare il latino da un’altra angolazione, reimpostare tutto, lavorare molto di più, almeno i primi tempi. Vuol dire resistere alla tentazione grammaticale e cercare un approccio comunicativo a cui pare assurdo pensare per una lingua morta – e sepolta – come il latino. A volte gli studenti non studiano lo stesso, anche se le probabilità di successo si alzano immediatamente rispetto allo studio tradizionale: e sappiamo quanto questo generi motivazione. Però qualcuno capisce male: crede che basti iscriversi alla sezione in cui si pratica il metodo, e il latino si apprenderà per osmosi, dal cervello dell’insegnante al proprio o, forse, che basti farsi fare una flebo di latino-ørberg, così: sporgi il braccio, il prof. passa, infila un ago, e in un attimo giù declinazioni, verbi, lessico. E invece, anche lì, agratis non ottieni niente: anzi, in certi momenti devi studiare pure di più. E così siamo daccapo al problema di fondo che è lo studio, le ore da spendere sui libri. (2)

Qualche giorno fa mi mandano a fare una supplenza in una seconda in cui i ragazzi stavano svolgendo gli esercizi da Latine disco, il volume di esercizi associato al primo volume. “Come va, ragazzi? Serve niente?” “Mmmm”. “Se avete bisogno di una mano, sono qui. Ma naturalmente sarete bravissimi!”. “’nsomma…” “Io l’anno scorso avevo nove, quest’anno prendo sei, sei e mezzo”.

“E come lo spieghi?” “Che prima non serviva studiare molto, mi veniva… così. Adesso devo studiare”. Quando i ragazzi dicono con l’aria meravigliata che “devono studiare”, lo ammetto: dico una cosa idiota che mi ricorda, ahimé, certi miei vecchi insegnanti. Serve per scaricare il nervoso che mi viene ed evitare di lanciarmi in una filippica della serie, per restare in tema, O tempora, o mores! (“Prof! La laudatio temporis acti!” “Bene, bravo, sette più”). Dico: “Chi sono io?” “Una prof.” “Cioè?” Mi guardano interrogativi, mentre dal canto mio suppongo che mille altre definizioni irripetibili passino loro nella mente. “Un’insegnante”. “E che fa un’insegnante?” “Insegna, che deve fare?” “Ecco bravo: insegno. Tutti i giorni e non sempre mi diverto: anzi per lo più non mi diverto affatto. Non fa parte del pacchetto (mi vien da dire del “pacco”, ma mi trattengo). Tu chi sei?” “Uno studente”. “E allora studia!”. Mogi mogi anche questi, non senza giro di occhiate, che naturalmente io non devo vedere, si rituffano nell’Enchiridion discipulorum, negli Exercitia latina, nei Colloquia personarum.

Studiare latino: a che serve? A formare la mente (3). E’ la risposta più consolante che genitori e insegnanti sensibili alla cultura umanistica si danno. Qualcuno aggiunge: “Di solito quando uno studente non va in latino, non va neanche in matematica”. E scrolliamo la testa in segno di assenso.

E’ tutto vero. Ma io rispondo: “Non serve a niente. Niente di quello che insegno serve. Ma è un onore e un privilegio poter insegnare, e trovare studenti che lo apprezzano, qualcosa che di questi tempi non serva a un bel NIENTE: sarà per quello che mi piace”. “Che cosa hai fatto a scuola, tesoro?” “Niente”. Magnifico! Assolutamente magnifico.

Ringrazio i miei colleghi del Liceo Scientifico di Dolo (VE) che, impegnatissimi come sono in quest’ avventura del “metodo naturale”, mi hanno fornito i dati delle loro riflessioni cui in minima parte contribuii anch’io negli anni scolastici 2005-6 /2006-7, ansiosa di riprendere a breve il salvataggio del latino, con il loro aiuto. In particolare ringrazio il prof. Andrea De Martini che è il nostro referente per il metodo Ørberg e che tiene i contatti con altri licei, ugualmente impegnati in questo progetto, per avermi fornito materiale di studio.

Note
(1) Il corso ideato da Ørberg (Lingua latina per se illustrata) consta di due volumi principali Familia romana e Roma aeterna. Il primo dei due volumi contiene in trentaquattro capitoli la storia di una familia romana del II sec. d.C. Dopo una breve introduzione geografica, in cui vengono indicati i confini dell’Impero e le principali città (quelle che rientrano nella I e II declinazione) si passa a far la conoscenza con i personaggi le cui vicende saranno narrate come in un vero romanzo in latino. La lingua, inizialmente molto semplice (modo indicativo, tempo presente, casi diretti della prima e seconda declinazione) e di struttura paratattica, cede il passo progressivamente ad un latino sempre più complesso. La storia èper sē illustrata: ci sono note in latino comprensibili grazie al contesto e alle figure. L’astuzia del corso risiede nel fatto che lo studente non avrà l’impressione di leggere un testo destinato a fargli apprendere esclusivamente delle regole di grammatica e di farlo soffrire sui relativi esercizi, ma si accorgerà ben presto di tanti dettagli di civiltà e di cultura. Le vicende della familia includono momenti drammatici e situazioni comiche: dallo schiavo fuggitivo al figlio che non ama la scuola (e che ha un pessimo maestro!). La principale obiezione rivolta al metodo “naturale” è quella secondo cui in questo modo si apprenderà la lingua, ma resterà poco spazio alla storia letteraria e allo studio degli “autori”. In parte è un’obiezione fondata: però il tempo sottratto allo studio in italiano di testi letterari latini è ampiamente compensato da una progressiva introduzione di testi originali nei quali i ragazzi entrano più pienamente essendo in grado non solo di riconoscere i fenomeni linguistici, ma di saperli anche riprodurre con precisione. La conoscenza del latino, ammesso che si raggiunga ad un buon livello di accuratezza, secondo il metodo tradizionale comporta la riflessione metalinguistica su una lingua che non si comprende del tutto e che non si sa usare.

(2) Se il corso sarà usato nella maniera corretta, lungi dall’ essere un apprendimento ad orecchio, come qualcuno vorrebbe, ben presto ci si accorge che oltre i primi capitoli non si può andare se non con uno studio ed un esercizio costante: non appena la lingua si farà ipotattica, se gli studenti non avranno appreso correttamente i primi rudimenti, si smarriranno.

(3) Mi si lasci pensare che il latino abbia la capacità di favorire e rendere più razionali le procedure del pensiero; mi si permetta di ragionare dietrologicamente: è forse per questo che la riforma Gelmini prevede un abbattimento del monte ore destinato a questa lingua al liceo scientifico di più di un quarto? L’attuale quadro orario nei cinque anni consta di 4, 5 , 4, 4, 3 ore settimanali per un totale di venti, che, moltiplicate 30 settimane medie di scuola portano a circa 600 ore. La riforma G. vede 4, 4, 3, 3, 3 = 14 x 30 = 420. Meno latino più internet, più impresa, più consenso. I conti tornano.

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Perché studiare il latino?
di Dario Antiseri

Dunque: serve ancora studiare il latino? Ebbene, la risposta di De Mauro è un chiaro sì. Anzitutto “serve come l’acquisire una buona pratica di una qualunque lingua diversa dalla nostra. L’effetto di spaesamento linguistico, lo sappiamo, è salutare alfine di migliorare il controllo del nostro stesso intendere”. Ma vi è di più: “Una lingua è fatta per mettere in contatto le generazioni” – e qui sta la ragione per cui “i giapponesi e cinesi d’oggi studiano nelle scuole il cinese classico, gli indiani il sanscrito, i persiani e gli arabi l’arabo classico; e questa è anche la ragione per cui da un capo all’altro dell’Europa e del mondo linguisticamente europeizzato si è studiato e si studia il latino”. Ed ecco la conclusione di De Mauro: “Il latino è parte profonda e viva della nostra storia . Solo chi crede di potere tagliare le proprie radici e tuttavia sopravvivere può immaginare che la nostra società, la nostra comunità nazionale possa rinunciare alla linfa che viene al nostro parlare e – pensare da un rapporto profondo non ristretto a pochi eruditi con l’eredità latina. Serve ancora il latino? Sì, a chi vuole essere contemporaneamente europeo e italiano”…

Dunque: pieno accordo, con De Mauro sull’utilità e, direi, sulla necessità dello studio del latino. Da parte mia, direi: necessario l’inglese per la più ampia comunicazione, per “stare” insieme agli altri; necessario il latino per sapere chi siamo e da dove veniamo. Ma qui vorrei aggiungere un’altra argomentazione a favore dello studio del latino (e del greco) – o un’argomentazione che va nella direzione di quella educazione alla razionalità su cui anche Carlo Bernardini giustamente, e appassionatamente, insiste. E’ di Popper —pur se non soltanto sua — l’idea che unico sia il metodo della ricerca scientifica.
(continua qui)

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Come insegnare latino: il parere di Luigi Miraglia, di Nicola Flocchini, diTeo Orlando, di Giulia Regoliosi, di Guido Angelino.

Il resoconto di un convegno e una piccola bibliografia qui.

Perché studiare matematica e latino? Un’analisi delle finalità comuni
nell’insegnamento di queste due materie qui.

Insegnare latino sin dalla scuola elementare? Vedi qui.

Insegnare agli insegnanti. Le problematiche della formazione dei docenti di latino qui. Intervista a Raffaella Tabacco.

Un sito con materiali sull’argomento qui e un altro qui.

Link di istituzioni culturali o scientifiche (italiane e straniere) che si occupano di studi classici qui.

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Appello contro la legge Aprea.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Spazi in rete sulla scuola qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi qui e qui.

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Vivalascuola. A cosa serve il latino? ultima modifica: 2016-09-04T05:06:20+02:00 da Gilda Venezia
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