Ancora troppa disuguaglianza a scuola

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di Maria De Paola,  La Voce.info,  11.7.2017

Il rapporto Invalsi 2016-2017 conferma le differenze Nord-Sud negli apprendimenti degli studenti. Ma permette anche di far luce sulle disparità dovute alle condizioni socio-economiche, con classi di diverso livello all’interno di una stessa scuola.

Il rapporto Invalsi
Il ministero dell’Istruzione, università e ricerca ha appena pubblicato il rapporto sui risultati Invalsi 2016-2017. Evidenzia tendenze già osservate in passato, con gli studenti del Nord Italia che ottengono punteggi superiori alla media italiana e quelli del Sud e delle Isole che invece registrano punteggi inferiori. Sono differenze che si accentuano nel corso del processo formativo: mentre in seconda primaria i bambini delle diverse aree geografiche ottengono risultati simili, già in quinta primaria emerge un divario Nord-Sud che cresce con il passaggio ai livelli di istruzione successiva. Anche se, per fortuna, non mancano eccezioni: il Molise e la Basilicata fanno bene come le regioni del Nord e in alcuni casi pure meglio.
Una scuola diseguale per aree geografiche, quindi, ma non solo. Il rapporto mette in evidenza che la nostra è una scuola diseguale anche in relazione alle condizioni socio-economiche che incidono fortemente sui livelli di apprendimento degli alunni (a differenza del quadro molto più rassicurante offerto di recente dall’Ocse). La tabella sotto mostra, infatti, come i punteggi medi ottenuti in italiano e in matematica dagli alunni di quinta primaria e di seconda superiore aumentino man mano che sale il loro indicatore di condizioni socio-economiche (Escs). “Gli ostacoli di ordine economico e sociale” sembra continuino a limitare di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, con buona pace dell’articolo 3 della nostra Costituzione.
Il rapporto Invalsi evidenzia una scuola diseguale poiché segregata, soprattutto al Sud. Infatti, le regioni dove gli studenti ottengono i punteggi peggiori sono anche quelle dove c’è una minore omogeneità di risultati e una maggiore distanza nel livello di competenze tra gli alunni con i migliori e i peggiori esiti. Lo ha ribadito la stessa ministra Fedeli: al Sud e nelle Isole la variabilità dei risultati fra le classi è ancora troppo elevata.

Tabella 1

Fonte: Rapporto Invalsi

La forte variabilità nei risultati fra classi della stessa scuola può dipendere dal fatto che in alcune si concentrano studenti con maggiori difficoltà di apprendimento, ad esempio perché provenienti da contesti socio-economici svantaggiati. I compagni di classe – lo dimostrano molti studi – rappresentano uno degli stimoli scolastici più importanti, con effetti sostanziali sui risultati conseguiti e sui percorsi di studi scelti. I canali di influenza sono molteplici: i compagni di classe interagiscono tra loro nel processo di apprendimento, si aiutano nelle attività di studio e si scambiano importanti informazioni; contribuisco alla formazione di valori e aspirazioni. Ciascun membro della classe produce sugli altri importanti effetti: basta il cattivo comportamento di uno studente per impedire all’intera classe di andare avanti, mentre un comportamento rispettoso delle regole e curioso verso gli argomenti di studio permette a tutti di progredire nelle conoscenze possedute.

Il nodo della formazione delle classi
Quali studenti vanno a comporre una classe è quindi una questione cruciale. In Italia la composizione delle classi è decisa dal dirigente scolastico sulla base di criteri generali approvati ogni anno dal consiglio di istituto. Il principale, di solito, è il criterio di “eguale eterogeneità”, che consiste nell’avere all’interno della stessa scuola classi equilibrate riguardo a diverse dimensioni, quali l’abilità accademica, la provenienza sociale, la presenza di studenti stranieri e di disabili.
È un principio che ben si concilia con i valori di eguali opportunità e omogeneità di trattamento a cui spesso si richiama la nostra legislazione scolastica. Tuttavia, non sempre il principio viene rispettato. Se i casi come quello descritto nella lettera pubblicata nella sua rubrica su La Repubblica da Concita De Gregorio sono estremi e rari, ce ne sono altri molto più frequenti seppur meno eclatanti in cui si pratica una segregazione per classi in base al background socio-economico (soprattutto nel Sud). Ciò è ben documentato da Tommaso Agasisti e Patrizia Falzetti che cercano anche di capire se frequentare una scuola che pratica segregazione per classi produce effetti sui risultati ottenuti dagli studenti. I loro risultati mostrano che ne traggono beneficio non tanto gli studenti con abilità maggiore ma quelli provenienti dalle famiglie più agiate. Questi benefici però sono del tutto neutralizzati dalla penalità imposta sugli studenti raggruppati nelle classi “svantaggiate”.
Da un punto di vista prettamente teorico, come discusso in passato, potrebbero anche esserci vantaggi nel suddividere gli studenti per livello di abilità (è quello che fanno negli Stati Uniti e in Inghilterra), ma lasciare che ciò avvenga sotto la pressione delle famiglie (che faranno pressioni simili anche per avere per i propri figli gli insegnanti migliori) significa rinunciare al ruolo della scuola come strumento di mobilità sociale. Ben vengano quindi gli inviti della ministra ai dirigenti scolastici a farsi carico nella formazione delle classi di scelte coerenti con la nostra Costituzione e ben vengono i dati Invalsi che ci permettono di comprendere i maliche affliggono il sistema (curarli è una cosa diversa).

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