Chi sono i ragazzi che non sanno leggere. E perché

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di Salvatore Modica e Tommaso Monacelli,  La Voce.info, 6.12.2019

I risultati dell’indagine Ocse-Pisa hanno fatto scalpore. Ma in Italia manca un adeguato programma formativo di base, benché l’obbligo scolastico sia di dieci anni. Un ciclo 5+5 garantirebbe a tutti quel diritto allo studio che oggi è solo sulla carta.

 

Una questione di diritto allo studio

Sono usciti in questi giorni i risultati dell’indagine Ocse-Pisa 2018, focalizzata in particolare sulle competenze dei quindicenni in “lettura” (misurata come capacità di analisi critica delle informazioni che ci circondano). I giornali hanno titolato più o meno “I ragazzi italiani non sanno più leggere” perché relativamente pochi raggiungono i due livelli più alti della scala 1-6 dei test. Se guardiamo ai livelli 4-6, le percentuali di ragazzi dei vari paesi che li raggiungono sono, per esempio, Usa 35 per cento, Germania 32,8, Giappone 32,1, Portogallo 28,3. Ma nei licei italiani siamo al 35,8 per cento, quindi almeno una parte dei nostri ragazzi sa leggere. Il problema è che nei licei c’è solo il 55 per cento degli iscritti totali e i risultati Pisa dell’altra metà fanno accapponare la pelle: negli istituti tecnici solo 12,7 per cento raggiunge i risultati migliori e nei professionali solo il 3,4 per cento. Non è facile trovare di peggio nelle tabelle: c’è la Georgia, col 2,6 per cento (Pil pro capite 3.500 euro l’anno). Questa zavorra fa scendere la media italiana al 22 per cento, che è molto bassa rispetto al 30-35 per cento dei nostri paesi concorrenti – su venti ragazzi noi abbiamo quattro potenziali innovatori, loro sette.

I risultati non devono sorprendere. In Italia ci sono ragazzini di tredici anni che all’uscita della scuola media si iscrivono al corso di “Tecnico dei servizi per l’enogastronomia e l’ospitalità alberghiera” opzione “Prodotti dolciari artigianali e industriali” e lì restano confinati per cinque anni. Di fatto a questi ragazzi il diritto allo studio è negato – e questo è un problema (c’è anche un problema Sud, di cui parleremo separatamente).

La scuola media fu creata nel 1923 con la riforma Gentile, che portò l’obbligo scolastico a 8 anni e per attuarlo allungò le elementari da 4 a 5 anni e creò il triennio a seguire. In realtà, il passo in avanti sostanziale fu solo l’anno in più di elementari perché alla scuola media c’erano due percorsi, uno col latino che permetteva l’accesso alle superiori e uno senza che portava in fabbrica o nei campi.

La “scuola media unificata e gratuita”, che rendeva effettivo il diritto allo studio di 8 anni per tutti, fu introdotta nel 1963 (ministro Luigi Gui, governo Dc-Psi). Poi, alla fine degli anni Novanta, Luigi Berlinguer portò l’obbligo formativo a 10 anni – ma, piccolo particolare, non modificò la struttura dell’offerta, che rimase quella del 5+3 pensata per l’obbligo di 8 anni. E nessuno lo fece mai più. A tutt’oggi, per assolvere l’obbligo di 10 anni, si dovrebbero frequentare i 2 anni iniziali delle scuole superiori – che ovviamente sono rivolti a chi è lì per completare il quinquennio.

Ma l’obbligo formativo, in una democrazia moderna, non può essere visto come un obbligo dello studente. Deve essere visto come l’obbligo della società di dare a tutti la possibilità di usufruire del diritto allo studio, che si assolve offrendo un adeguato programma formativo di base. Perciò, se crediamo che un tale programma debba durare 10 anni, questo programma – un ciclo 5+5 – è necessario crearlo, perché non esiste. È necessario crearlo perché per la metà dei nostri ragazzi l’istruzione “unificata e gratuita” si conclude a tredici anni, ed è troppo poco per loro e penalizzante per il sistema paese.

I vantaggi del 5+5

Oltre a trasformare il diritto allo studio da lettera morta a fatto concreto, una vera scuola dell’obbligo di dieci anni avrebbe a nostro avviso molteplici vantaggi. In primo luogo, il posticipo di due anni della scelta della scuola superiore ridurrebbe le asimmetrie informative che la caratterizzano: al termine di un percorso comune che definisce più organicamente cosa si “deve” sapere, la scelta di cosa si “vuole” imparare verrebbe attuata in modo più responsabile e informato.

In secondo luogo, un ciclo 5+5 aiuterebbe a ridurrebbe gli stereotipi di genere verso le materie scientifiche e matematiche. Perché nei licei classici il rapporto femmine-maschi (circa 70 a 30) è ribaltato rispetto ai licei scientifici (30 a 70)? Il problema nasce evidentemente alle scuole medie. Imporre la scelta della scuola superiore così presto tende a veicolare facilmente le ragazze al classico e i ragazzi allo scientifico. Spostarla più avanti aiuterebbe a non imporre precocemente come suo punto di riferimento (cioè come status quo) la segmentazione tra materie umanistiche e scientifiche, un male culturale profondo della scuola italiana. Una larga quota delle occupazioni del futuro richiederà competenze digitali (in senso lato). Incidere sugli stereotipi di genere in un paese in cui il tasso di occupazione femminile è tra i più bassi dei paesi Ocse è una sfida cruciale per lo sviluppo e la cittadinanza.

In terzo luogo, i corsi di completamento dell’istruzione secondaria, di tre anziché cinque anni, potrebbero essere più focalizzati sugli obiettivi che intendono raggiungere. Vale per i licei, ma ancor più per la formazione tecnica e professionale. Questo settore fondamentale, in cui l’Italia è molto indietro, trarrebbe enorme giovamento dall’avere in ingresso ragazzi con una preparazione più solida. E una accresciuta competenza tecnica andrebbe a vantaggio ovviamente del sistema produttivo, ma anche dell’istruzione terziaria. Non dimentichiamo infatti che i ragazzi di “Prodotti dolciari artigianali e industriali” che non hanno di fatto un diritto allo studio degno di questo nome hanno “in compenso” il diritto di iscriversi all’università – un vero pasticcio.

E qui arriviamo al punto intorno al quale forse gira tutto: la valutazione e conseguente selezione degli studenti, che va (secondo noi) coraggiosamente riformata introducendo le classi per materia. In pratica: oggi uno studente passa dalla classe n alla classe n+1 in tutte le materie contemporaneamente (a meno di non essere bocciato); con le classi per materia si passerebbe da n a n+1 separatamente per materia. In tal modo si eviterebbe di mettere insieme alunni con livelli di preparazione troppo diversa. Le “bocciature” lungo il percorso sarebbero meno traumatiche (per esempio, se si è insufficiente nel secondo livello di italiano, lo si deve ripetere); e alla fine di un ciclo varrebbe l’ultimo voto ottenuto superiore alla sufficienza, di nuovo per materia. Per fare un esempio: se alla fine del percorso di istruzione secondaria sono previsti cinque livelli, uno studente può diplomarsi con 7/10 del quinto livello di scienze e 6/10 del terzo livello di inglese; e potrà essere ammesso ai corsi universitari o di altro tipo compatibili con quei livelli. L’essenziale è che le valutazioni siano “cieche” (come è per le prove Invalsi), perché sono le uniche eque e non manipolabili.

Chi sono i ragazzi che non sanno leggere. E perché ultima modifica: 2019-12-06T17:34:34+01:00 da Gilda Venezia
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