Cinque motivi di delusione di un prof. che difendeva la Buona Scuola

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di Raoul Minetti,  iMille, 2.1.2016.

Ho seguito con tutta l’attenzione di cui sono stato capace il percorso della Buona Scuola, l’ho sostenuto pur criticandolo nelle parti che ritenevo non all’altezza della sfida e per quel che ho potuto ne ho sottolineato gli aspetti positivi in tutte le sedi in cui ho potuto farlo. Ora devo dire che avverto un senso di smarrimento rispetto alla piega che hanno preso gli eventi. Certo, non è facile esprimere un giudizio compiuto su un piano tanto ampio che va ad incidere profondamente sulla vita quotidiana della scuola, ma è anche inevitabile cercare di stilare una qualche forma di bilancio, sia pure provvisorio, su ciò che si vede intorno a sé (che nel mio caso è la scuola secondaria). Il piano ha mostrato coraggio, questo è sicuro: il piano di assunzioni è stato veramente massiccio, i cambiamenti tanti e la novità che mi preme di più ancora resiste, ovvero la possibilità data alle scuole di scegliersi i docenti, sia pure entro limiti ristretti.

Perché allora sento di dover esprimere la mia delusione?

Sono cinque le direttrici lungo le quali si muovono le mie critiche: la valutazione degli insegnanti, quella dei dirigenti scolastici, l’alternanza scuola-lavoro, l’organico potenziato e l’assunzione dei docenti.

Partiamo con la valutazione degli insegnanti. Ora esiste, mentre prima era una chimera. E’ un cambio di paradigma notevole, notevolissimo, ma i miei dubbi rimangono. I criteri valutativi saranno decisi da una commissione, ma le decisioni vere e proprie saranno prese dal dirigente scolastico. I timori sugli arbitrii cui un dirigente potrebbe lasciarsi andare non sono campati per aria, ma i possibili abusi non sono il problema principale (anche perché il sistema non toglie nulla a nessuno, limitandosi a dare di più a qualcuno): quel che non riesco ad immaginare è come un dirigente possa farsi un’idea articolata e approfondita della qualità dei suoi singoli insegnanti: sono tanti, non li vede insegnare, nella maggior parte dei casi non ne conosce la materia insegnata e non dispone di dati oggettivi, dato che i dati INVALSI, in sé preziosi, sono pensati per altri usi e sono inutilizzabili per questo fine, soprattutto per come sono cadenzati ora.

Se ci sono approfondimenti che mi sono sfuggiti su questo problema (al di là delle indicazioni operative-amministrative), sarò grato a chiunque voglia indicarmeli, e non sono retorico. A monte della valutazione dei docenti c’è quella dei dirigenti scolastici, il cui stipendio dovrebbe variare grandemente in funzione dei risultati ottenuti. Era inevitabile, una volta stabilito che dovevano essere valutate tanto le scuole quanto i singoli docenti, che anche i dirigenti ricevessero la loro dose di scrutinio, come già aveva previsto il dpr 80/2013. Questo è un bene, in principio, ma anche qui sono confuso. Ho cercato materiale sul sito del ministero e più in generali su internet, ma non è affatto chiaro come e quando il sistema comincerà a funzionare. Il 24 settembre scorso c’è stato un incontro con la ministro Giannini, ma non ho alcuna idea di cosa sia successo in seguito, né riesco a trovare informazioni.

Secondo le stime di Tuttoscuola l’attività degli ispettori sarà lentissima, per via del loro scarso numero: 10 anni per scrutinare tutte le scuole, laddove altri Paesi, come UK o Olanda hanno cicli di tre anni. La cosa sembra confermata dall‘ANP, che da parte sua riporta la notizia (relativa sempre al summenzionato incontro) di soli 60 ispettori previsti per i prossimi tre anni e sottolinea altri aspetti problematici, sia pure non insormontabili.

Considerando che la figura del dirigente scolastica è, paradossalmente, una delle più fragili di tutta l’architettura scolastica (come rilevato dalla Fondazione Agnelli), l’incertezza su questo importante snodo mi appare come un problema serissimo, anche perché non mi sembra si sia affrontato il nodo fondamentale: da un lato come mettere in condizione il dirigente, ora oberato di compiti amministrativi, di diventare un vero leader didattico ed educativo dotato degli strumenti necessari per governare la scuola, dall’altro quale sistema di contrappesi creare per permettere a docenti e famiglie di fare fronte a dirigenti non all’altezza del loro compito.

Dal momento che anche qui sono costretto, in parte, a parlare di una “mancanza di informazioni” come parte importante del problema, sarò felicissimo laddove qualcuno mi voglia smentire, offrendomi materiale aggiornato su cui riflettere. Per quanto invece riguarda l’alternanza scuola-lavoro, il problema, di nuovo, non è l’assunto generale, ma la concretizzazione. L’idea di sfornare studenti che sappiano muoversi bene nel mercato del lavoro è ovviamente buona, così come è anche positivo che gli studenti possano convogliare nel loro curriculum scolastico esperienze diverse e disparate, non riconducibili al curriculum scolastico tradizionale.

Il problema è che le richieste del ministero sono di difficile attuazione. Quest’anno cominceranno le classi terze (200 ore nei licei, 400 nei tecnici e professionali), ma a regime l’alternanza sarà obbligatoria per terze, quarte e quinte. Si tratta di 500.000 studenti subito, e di circa un milione e mezzo a regime (a spanne). Come faranno le scuole a piazzare tutta questa gente, e con un monte ore così alto? La legge dice che sarà possibile mandare i ragazzi praticamente in qualsiasi tipo di ente o istituzione (studi, musei, uffici pubblici, ecc. ecc.), ma la cifra rimane enorme. Anche tralasciando il fatto che il registro delle imprese interessate non è pronto, si tratta di inventarsi un movimento enorme di studenti, cui i licei in particolare non sono preparati.

Considerata l’obbligatorietà dell’alternanza, la mia paura è che le scuole, per ottemperare al loro dovere, finiscano per far fare tirocinii di qualsiasi tipo, anche non particolarmente formativi o vicini alle necessità del singolo studente. Certo, gli studenti potrebbero anche trovarsi da soli il tirocinio, dal momento che la legge non pone grandi vincoli, ma in questo caso si rischierebbe di ridurre il tirocinio ad una dimesione familiare o parafamiliare che dubito fosse nelle intenzioni del legislatore.

Va detto che esiste anche la simulazione di impresa, di cui ho sentito parlare bene da colleghi che lavorano in tecnici e professionali. Un istituto alberghiero, nautico, industriale o commerciale ha un nesso con il mondo del lavoro abbastanza chiaro e una simulazione non deve essere ardua, almeno da concepire. Anzi, in questi istituti sono sicuramente presenti professori con le competenze tecniche per metter su un’impresa simulata. Nei licei invece è facile che manchino del tutto professori del ramo ed è difficile immaginare quale tipo di impresa dovrebbe essere messa su. Con questo non voglio dire che sia un problema insormontabile e che i licei non potranno mai fare simulazioni di impresa, ma aiuto, indirizzo, strumenti e risorse sarebbero assolutamente necessari, e invece mancano.

Ma la mia critica all’alternanza scuola-lavoro non è tanto sul piano organizzativo (che si può migliorare), quanto proprio sull’obbligatorietà e il monte ore prefissato: come si concilia un approccio così centralista con l’autonomia delle scuole? Non dovrebbe essere lasciato alle scuole decidere in quale modo accostare gli studenti al mondo del lavoro sulla base delle proprie valutazioni, delle competenze che possiede e soprattutto del territorio che ha intorno?

L’impressione è che si sia voluti partire a tutti i costi, finendo però col rovesciare sulle scuole una serie di cambiamenti massicci senza aiutarle a capire cosa e come fare. E non riesco a sottrarmi alla stessa impressione per l’organico potenziato. In linea di principio arrivare a forme di docenza in cui l’insegnante è slegato dal gruppo classe è un’idea eccellente, che io stesso caldeggio al fine di arrivare ad una scuola che sia veramente il crogiolo della creatività di tutti quelli che vi partecipano, ma non riesco a vedere nella recente tornata di assunzioni straordinarie l’inizio di questo tipo di scuola.

Ai dirigenti è chiesto di avere fantasia, coraggio, creatività, elasticità e grande apertura mentale, ma le condizioni materiali mi appaiono lontane dall’essere ottimali. Non trovo problematico che i docenti di potenziamento possano dover fare i tappabuchi, ma molti aspetti del loro lavoro rimangono nel vago. Mi chiedo ad esempio in che modo le loro attività si riverbereranno sulla valutazione degli studenti. Anzi, non so dire affatto se questi docenti avranno affatto un ruolo docimologico: non sono titolari di classe, e solo i docenti di classe sono responsabili della valutazione, che è insindacabile.

Non mi è neanche chiaro a quale titolo questi docenti entreranno nei consigli di classe, a meno che non siano stati istituite ore curriculari aggiuntive, come ai tempi delle sperimentazioni abolite dalla Gelmini. In questo caso il problema della valutazione e della partecipazione ai consigli si risolve da sé, ma il potenziamento dovrebbe riguardare nuove forme di organizzazione didattica, e non semplicemente l’aggiunta di materie. Aggiunta che non è facilmente realizzabile, considerando che i docenti di potenziamento sono stati assegnati non sulla base di una rilevazione attenta dei bisogni della scuola, ma sulla base di considerazioni estemporanee, richieste alle scuole con una fretta eccessiva.

Gli effetti della fretta si sentiranno anche nei prossimi anni. I docenti di potenziamento banditi dal nuovo concorso sono poco più di 5000, mentre quelli immessi quest’anno sono più di 40.000: i posti di potenziamento sono stati evidentemente saturati e tali rimarranno per parecchio tempo, finché cioé i neo-assunti manterranno quelle posizioni. Questo rende difficile attivare nuovi corsi, come anche organizzare una didattica trasversale efficiente.

Tale didattica trasversale, peraltro, dovrebbe inserirsi in un sistema scolastico che fondamentalmente non è stato modificato. Alle scuole è teoricamente possibile fare moltissime cose, ma rimangono parecchie strozzature. Di valutazione e consigli di classe qualcosa s’è già detto, ma bisogna considerare molte altre cose: l’esame di Stato con commissari esterni (che potrebbero non condividere o apprezzzare il percorso previsto dalla scuola); le rigidità imposte da un sistema di valutazione che non solo ancora non comprende le competenze, ma pretende di distruibuire crediti didattici guardando anche ai decimi di punto della media dei voti; la mancanza di cooperazione tra docenti (oggi liberi di non partecipare a qualsivoglia progetto la scuola immagini); le difficoltà di armonizzare tutte le novità con le Indicazioni Nazionali nei licei; tutti gli ostacoli normativi e burocratici che impacciano le attività fuori dall’edificio scolastico, e così via.

Anche qui assolutamente nulla di insormontabile, ma le scuole hanno bisogno di punti di riferimento, dell’indicazione di buone pratiche, di schemi progettuali che non al momento non sono in vista. Di fatto, alle scuole è stata data una manciata di nuovi docenti, con la raccomandazione di farci qualcosa. E se in futuro l’attività di questi docenti dovrà spalmarsi su reti di scuole, come originariamente previsto, al confusione sarà massima, con una situazione lavorativa, per i docenti coinvolti, poco piacevole. Si consideri anche che a regime, se tutto va in porto, le scuole non avranno soltanto i docenti di potenziamento, ma anche i tirocinanti che stanno diventando docenti di ruolo e che si presume si impegnino in attività molto simili a quelle dei docenti di potenziamento. Si rischia un certo affollamento.

E con questo passo a parlare del sistema di reclutamento, che è da sempre il grande tallone d’Achille dell’istruzione italiana. Il sistema ideato dalla Buona Scuola è complesso. Il rischio è che sia farraginoso. Dopo una laurea magistrale specificatamente pensata per l’insegnamento, un aspirante docente deve passare un concorso bandito triennalmente, per poi affrontare un triennio formativo con un anno presso l’università e due a scuola, dove pian piano si inserirà nelle attività scolastica.

Il mio dubbio riguarda due punti: da un lato mi chiedo come il ministero potrà programmare il fabbisogno con tre anni di anticipo, dall’altro non posso non notare che in questo modo diventare insegnante è una cosa molto lunga: un laureato può doversi trovare ad aspettare (in un terzo dei casi) due anni per fare il concorso, che a sua volta difficilmente durerà meno di un anno. E una volta passato questo scoglio, per tre anni ancora non sarà a regime, sempre che venga confermato (nelle intenzioni il tirocinio lo si vorrebbe selettivo).

E’ bene che si preveda che i tirocinanti vengano pagati, ma ad oggi non si sa ancora quanto, e nel frattempo rimane da chiedersi se uno studente universitario sia davvero interessato a infilarsi in un trafila del genere. Quand’anche lo fosse, il sistema lo tiene fermo così a lungo che è facile che nel frattempo trovi dell’altro, in altri settori.

A questo punto credo di aver spiegato quali sono le mie difficoltà rispetto a quel che la Buona Scuola ha introdotto di nuovo. Vorrei concludere però accennando brevemente a quel che secondo me manca nella riforma. Fondamentalmente, avrei voluto vedere un taglio netto alla burocrazia ministeriale e al ruolo degli uffici amministrativi, in favore di una ampliamento delle prerogative degli istituti tecnici e professionali come INDIRE e INVALSI, avvicinando le attività di queste istituzioni alla quotidianità delle scuole, anche più di quanto avvenga ora.

Avrei voluto vedere anche dei cambiamenti nel rapporto tra docenti e studenti per quanto riguarda la vigilanza, ma questo è un aspetto che può essere trattato in altra sede. Insomma, direi che per oggi può bastare così. Se sono riuscito a far capire quale è lo smarrimento in cui si trova un docente come me in questo momento, e se questo può servire a riflettere ancora sulla nostra scuola, a prescindere da quanto si condivida dei miei dubbi, quest’articolo non sarà stato inutile.

Cinque motivi di delusione di un prof. che difendeva la Buona Scuola ultima modifica: 2016-01-08T22:24:21+00:00 da Gilda Venezia

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