Formazione insegnanti, un segnale debole e soltanto teorico. Così non si diventa prof

di Vincenzo Rosati, Il Corriere della sera, 18.7.2022.

Considerazioni sull’ennesima riforma della professione di docente. «Così molti chiamati «insegnanti» sono dei laureati che si limitano a ripetere delle prassi osservate dai professori rimasti più impressi nella loro memoria»

«Prof, come si diventa insegnanti?». Domanda folgorante di Alessio, nel mio primo giorno di docenza. Lì per lì, per superare l’imbarazzo, ho risposto sconsolato: «Col tempo, Alessio».
Mi spiego meglio partendo da un semplice confronto. Per essere poliziotto è necessario frequentare l’Accademia per 12 mesi, per essere avvocato un praticantato di 18 mesi, per essere medico una specializzazione di almeno cinque anni, e per essere insegnanti? Dopo un anno trascorso a ripensare alla domanda, un’amara constatazione è emersa: in Italia non ci si prepara a essere insegnanti, ma con fortuna, pazienza e tempo, come dice Alessio, insegnanti «si diventa».
Ma è sempre stato così? In realtà sì. Eccezione va fatta per la meteora della Ssis , la scuola di specializzazione, del 1999. Prevedeva, dopo la laurea magistrale, un biennio composto da più o meno utili insegnamenti in stile universitario e un illuminante e raro, come una pepita d’oro, tirocinio di 300 ore. I tirocinanti erano inoltre supervisionati da tutor e insegnanti della Ssis.
Questa interessante esperienza fu soppressa dal ministro Gelmini che optò, nel 2013, per il Tfa, tirocinio formativo attivo. Sorte vuole che il «provvido» ciclo formativo proposto riuscì a durare a malapena due anni, rendendo centinaia di migliaia di aspiranti docenti precari.
Ma avviciniamoci ai giorni nostri. Il governo Renzi decise nel 2015 d’introdurre «l’insalata mista» dei 24 CFU . Come requisito non fu più necessario un tirocinio, ma un’infarinatura delle discipline pedagogiche. In seguito, il governo Gentiloni nel 2017 elucubrò il percorso Fit , mai attuato. La ciliegina sulla torta, però, l’ha messa il governo Conte che nel 2019 ritenne che, oltre ai 24 crediti formativi universitari (Cfu), il metodo abilitativo più professionalizzante e meritocratico fosse un concorso nozionistico a crocette. Forse quest’ultimo è stato il più coerente, nella misura in cui non ha promesso nulla di interessante né all’inizio né alla fine.
Qualche settimana fa, invece, è stata approvata un’ennesima riforma sulla formazione dei docenti, riassumibile essenzialmente in tre punti. Per quanto riguarda la formazione accademica siamo passati dall’insalata mista dei 24 cfu all’insalata russa dei 60. Il secondo punto promette, Deo volente, un concorso annuale finalmente con domande aperte. Se superato, dovrebbe dare accesso alla terza novità: un anno di prova presso un istituto scolastico al termine del quale ci sarà un test valutativo, che permetterà di ottenere una cattedra.

La conoscenza teorica

Anzitutto, è chiaro che in questa maniera la preparazione dei docenti sia definitivamente relegata a una conoscenza prettamente teorica. Del tirocinio, infatti, non solo vengono celate le modalità, ma anche le ore vengono ridotte a una parte esigua dei 60 Cfu.
Sembra dunque che solo le pagine dei manuali rendano un’esatta copia del rapporto tra alunno e professore, mentre l’esperienza in classe, che invece dovrebbe essere cardine, viene ridotta al minimo. Inoltre, l’unico filo rosso che unisce questi tre passaggi dedicati all’abilitazione dell’insegnante non è la formazione pratica ma una ripetuta valutazione teorica di questo.
Dunque, cosa ci dice il numero esuberante di queste continue riforme se non che nessuno è riuscito a delineare un sistema idoneo e certo per la classe docente? E cosa rispondere ad Alessio?
Che molti chiamati «insegnanti» sono dei laureati che si limitano a ripetere delle prassi osservate dai professori rimasti più impressi nella loro memoria? Oppure che il suo professore ha scritto un articolo che, letto da qualcuno motivato a fare il bene del Paese, introdurrà finalmente un progetto fondato sull’esperienza in classe?

Vincenzo Rosati è Professore di scuola secondaria

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