“La buona scuola” … “Buona” come questa mela…

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di Teresa D’Errico, ReteScuole  25.6.2016
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– C’era una volta Biancaneve, che sedotta da una mela rossa e bella, la mangiò e cadde nel tranello della strega cattiva!

“La Buona Scuola” … buona come la mela avvelenata: dietro l’apparente bellezza, nasconde un retrogusto amaro, molto amaro.

Sarà un caso, ma dai tempi di Adamo ed Eva le mele belle nascondono grandi condanne!

Esemplifichiamo.

L’anno 2016 passerà alla storia per la massiccia assunzione di docenti nella scuola.

E questo potrebbe sembrare un dato positivo, il lato bello della mela letale: dare lavoro, risolvere il precariato … conquiste storiche!

Occorre, invece, un occhio attento, capace di evitare le trappole, gli scorni di chi crede/che la realtà sia quella che si vede, direbbe Montale.

Consideriamo, in primo luogo,  la sorte dei “potenziatori” (è questo il termine con cui, per effetto della legge 107/2015, viene generalmente designata quella porzione dell’organico scolastico immessa in ruolo… senza ruolo): molti neoassunti, dopo anni di “supplentite”, ingenuamente convinti di aver raggiunto la tanto sperata sistemazione, hanno, invece, vissuto il carattere svilente della loro effettiva presenza a scuola. Costretti a lunghe giornate di attesa in sala-docenti nella speranza di poter essere utilmente impiegati; nascosti negli anfratti polverosi di cadenti istituti scalcinati, alla ricerca di qualcosa da fare, anche semplici fotocopie, i neoassunti – di fatto insegnanti che non insegnano – hanno visto crollare le speranze legate all’agognata fine del loro precariato. Completamente demansionati, perché ridotti, il più delle volte, a “tappabuchi” per supplenze brevi, a sorveglianti delle biblioteche scolastiche, a intrattenitori pomeridiani di allievi poco attenti, gli insegnanti neoimmessi in ruolo si sono, pertanto, adattati a una condizione che snatura il loro lavoro di docenti e hanno supinamente accettato – pur di superare l’anno di prova – le angherie che una riforma assurda forse non ha previsto, ma che, comunque, non evita, a cominciare dal rinnovato, anche se metaforico, ius vitae necisque che la legge 107/2015 garantisce alla figura dei dirigenti scolastici. Questi ultimi, infatti, a loro arbitrio (o, comunque, con forti margini di discrezionalità) possono in effetti etichettare i docenti come insegnanti di serie A (se disposti alla totale collaborazione) di serie B (nel complesso sopportabili, anche se dotati di spirito critico e non completamente disposti al ruolo di “yes men”) di serie C (eversivi e da non riconfermare nel Piano dell’Offerta Formativa Triennale).

E questo è solo un aspetto della generale assurdità di una dissennata riforma scolastica sulla quale, inspiegabilmente, aleggia uno strano silenzio: i media non ne parlano, i talk show tacciono, se ne discute in gruppi ristretti di addetti ai lavori che si sfogano nelle lande del web, ma la collettività ignora – ancora oggi, dopo un anno dalla sua promulgazione – il carattere funesto della legge 107/2015.

Davvero mortificante, inoltre, risulta l’introduzione del principio di competizione sotteso all’erogazione del bonus premiale previsto da “La Buona Scuola”, principio contrario ad ogni prospettiva culturale che per anni ha fatto della scuola pubblica un luogo di collaborazione, di integrazione e di solidale pluralismo.

A ben guardare, in effetti, la legge 107/2017 sembra accarezzare il peggiore  individualismo narcisistico dell’essere umano. Infatti, presi dal panico di ricorsi e rimostranze eventualmente conseguenti alla distribuzione, che è discrezionale, delle quote premiali, i dirigenti scolastici già da tempo stanno invitando i docenti a fare esplicite richieste del bonus. Si tratta di istanze scritte eufemisticamente definite “schede di autovalutazione delle competenze”. In questo modo ciascun insegnante sarà indotto a indicare tutti i campi di eccellenza in cui avrà dato libero sfogo al proprio ego. Si può immaginare di quanto “merito” siano piene tali schede, tabelle, domande, istanze o che dir si voglia.

Il sistema istituito dalla legge 107/2015 –  un ingranaggio che, a questo punto, andrebbe a buon diritto definito solo illusoriamente meritocratico – si fonda, quindi, sull’elargizione di  “mance” che gli insegnanti dovranno umiliarsi a chiedere e che i dirigenti scolastici attribuiranno – appare chiaro – non certo ai docenti che sanno insegnare il valore non quantificabile del pensiero critico – quello rischioso, che implica anche la responsabilità della disubbidienza civile – ma, piuttosto, a quegli insegnanti che “fanno altro” e, cioè, usano scenograficamente le tecnologie multimediali, come provetti youtuber registrano le loro videolezioni per “ottimizzare” la didattica in una flipped classroom, si prodigano per l’organizzazione della scuola in mille attività da curatori di public relations con enti esterni, si autocandidano come tutor di progetti sul cibo, sulla nutrizione corretta  (interessanti, sì, ma davvero da premiare per la loro alta valenza culturale e didattica?) e svolgono con zelo la funzione di tour operator progettando allettanti itinerari per gite scolastiche.

È evidente che “La Buona Scuola” ignora il vero merito, quello che non è misurabile né standardizzabile e che, perciò non sarà mai premiato.

A questo proposito andrebbero vagliati alcuni dei criteri individuati dai vari Comitati di valutazione attivi nelle scuole per l’attribuzione del bonus ai docenti “meritevoli”.  In particolare, uno tra quelli adottati in diverse scuole e diffusi sui siti web di numerosi istituti, desta un certo allarme: assunzioni di compiti e di responsabilità nel coordinamento di attività della scuola, di supporto organizzativo al DS, di attività anche in orario extracurriculare, di attività in periodi di sospensione delle lezioni attraverso la gestione autonoma degli incarichi ricevuti, anche con soluzioni organizzative efficaci.

Orario extracurriculare, attività in periodo di sospensione delle lezioni, gestione autonoma degli incarichi ricevuti: si chiama merito, questo, oppure – liberato il linguaggio da un’evidente camouflage manipolatorio e constatata la palese frattura tra le parole e le cose – più verosimilmente deve essere considerato come una nuova forma di schiavitù o, comunque, di sfruttamento delle risorse umane? Insomma, stanno risorgendo – dopo anni di preziose conquiste sindacali – modi di concepire il lavoro che violano le più elementari regole contrattuali.

E perché dovrebbe essere premiato chi abdica alla naturale funzione di mediazione culturale, insita nella nobiltà del lavoro dell’insegnante, per trasformarsi in un burocrate? Bisogna ricordare che si sta parlando di scuola pubblica e non certo di aziende dall’impostazione nipponica fondate sull’equazione vita=lavoro e sull’incentivo economico come premio per la produttività.

A scuola non si “produce” niente. E il buon insegnante non va “premiato”. Il buon insegnante va giustamente remunerato, in rapporto a scatti stipendiali e rinnovi contrattuali.

Si consideri, poi, un altro dei criteri adottati dai Comitati di valutazione; l’enunciato è davvero sorprendente: documentabilità e verifica di tutte le fasi dell’insegnamento di una qualità molto soddisfacente, anche attraverso strumenti obiettivi di valutazione complessivi o a campione.

Come si fa a documentare e a verificare tutte, proprio tutte, le fasi di insegnamento per attestare la loro qualità molto soddisfacente? A rendere positiva l’azione didattica è un complesso di fattori non sempre certificabili. La relazione positiva con gli alunni, la comunicazione corretta e incoraggiante, i toni autorevoli, ma pacati, la passione per gli argomenti affrontati sono cose documentabili?

Insegnare significa, letteralmente, lasciare un segno. E non è tanto in questione il contenuto del sapere trasmesso, quanto l’amore che verso quel sapere l’insegnante è in grado di infondere ai suoi studenti. Si chiama “stile” dell’insegnamento e non è una semplice somma di competenze misurabili e documentabili. Lo stile è il modo di dare forma al sapere, è la capacità di renderlo vivo e agganciato alla vita (1): tutto questo non ha prezzo.

E, allora, quale logica sottende l’intenzione di voler premiare la qualità dell’insegnamento che non può, certo, essere liquidata con un bonus?

Il rapporto premio-punizione è stato abbandonato in pedagogia; è davvero strano che ora venga rilanciato dal Ministero dell’Istruzione.

C’è da chiedersi, pertanto, che cosa ci sia all’origine di tale mutazione genetica dell’idea di scuola: probabilmente un’errata idea di cambiamento e una precipitosa elaborazione di affrettate e parziali – forse miopi – strategie di innovazione, che hanno il sapore di un marinettismo di ritorno. È noto a tutti che cosa generò l’ideologia propagandata da Filippo Tommaso Marinetti.

Apologeta di un neofuturismo, anche Renzi inneggia all’energica rottura con la tradizione – tutta da rottamare! – e proclama la forza travolgente della “macchina”: come ai suoi tempi Marinetti nel Manifesto del Futurismo celebrava l’automobile, oggi Renzi esalta la velocità del digitale, tanto da inserire nella legge 107 un’apposita sezione dedicata al Piano Nazionale Scuola Digitale. E ha inventato, così, delle strane figure professionali, gli “animatori digitali”, che nel nome evocano l’atmosfera dei villaggi turistici (“animatori”, divertimento, euforica allegria!) e, invece, sono insegnanti, in genere di Informatica, che stanno alfabetizzando docenti kamikaze, pronti a farsi sostituire da piattaforme didattiche on line, più agili e adeguate ai tempi, tanto adeguate ai tempi da rendere gradualmente superate le classi reali, visto che esisteranno quelle virtuali. Insomma, la scuola di Renzi è all’avanguardia, tutta sul web, pullulante di internauti. Basta con le relazioni umane e la socializzazione: parole del passato!

Quadro apocalittico? Mah!Vedremo.

Una nota frase di Clifford Stoll ammonisce: un computer non può sostituire un buon insegnante. Cinquanta minuti di lezione non possono essere liofilizzati in quindici minuti multimediali. (2)

A ben guardare, il metodo di insegnamento più efficace e rivoluzionario è stato inventato 2500 anni fa da Socrate e consiste nella forza della parola che trasforma la classe in una comunità ermeneutica e fa del docente un uomo di cultura, lontano da ogni tecnicizzazione dell’insegnamento

Questo non significa affatto escludere le nuove tecnologie digitali dal mondo della scuola. Piuttosto bisogna pensare a una scuola in grado di colmare il vuoto che Internet non può colmare, quello dei sentimenti: una scuola con Internet, ma oltre Internet, suggerisce Vittorino Andreoli (3).

Chi si occupa di politica, dunque,  ha il dovere di conoscere capillarmente il mondo che pretende di cambiare e di interrogarsi sul senso, sui modi, e sulla effettiva necessità dei cambiamenti che progetta.

Infine, esiste una risposta almeno ad uno dei problemi di fondo che questa riforma – ancora vergognosamente senza decreti attuativi – lascia aperti? In che cosa consiste, a scuola, il vero “merito”? Chi è davvero il buon insegnante?

Si potrebbero rilanciare i modelli evergreen di Maria Montessori e di Don Milani. Oppure, più realisticamente, basterebbe riflettere su quello che è, nei fatti, l’impegno di ogni giorno, vissuto con responsabilità.

Il buon insegnante si riconosce dalla passione che trasmette ai suoi studenti quando li sostiene nella ricerca di senso e soffre nel percepire che i giovani saranno più ignoranti dei loro padri, non certo per svogliatezza o per disinteresse, ma perché sottratti allo studio da un sistema che, scientemente, li  vuole come automi,  incapaci, cioè, di pensare perché siano manipolabili nell’agire. Sembra realizzarsi la profezia distopica di R. Bradbury: non dar loro niente di scivoloso e ambiguo come la filosofia o la sociologia affinché possano pescare con questi ami, fatti che è meglio che restino dove si trovano. (Fahrenheit 451).

Un buon insegnante, infine, è quello che non crede agli slogan di chi propaganda una scuola apoditticamente definita “buona” e la cui “bontà” è palesemente smentita dai fatti.

Un buon insegnante non aspetta che un principe azzurro venga a rompere l’incantesimo della mela avvelenata: semplicemente non cede agli inganni, sa che non deve mangiarla.

1 – M. Recalcati, L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, Einaudi, 2014

2 – C. Stoll, Confessioni di un eretico high-tech, Garzanti, 2001

3 – V. Andreoli, L’educazione (im)possibile, Rizzoli, 2014

“La buona scuola” … “Buona” come questa mela… ultima modifica: 2016-06-26T07:33:03+02:00 da Gilda Venezia
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