Bes e didattica “inclusiva”: burocrazia ideologica vs. esperienza

di Giuliano Romoli,  il Sussidiario, 2.12.2018

– E’ dal 2012 che nella scuola si parla di “inclusione” degli alunni Bes. Ma imporre l’inclusione per via burocratica è molto pericoloso.

Da qualche tempo negli ambienti scolastici si parla di “inclusione” in relazione alle modalità di accoglienza degli alunni con Bisogni educativi speciali (Bes).

Di Bes e di inclusione nel nostro paese si comincia ufficialmente a parlare nella Direttiva del 27 dicembre 2012 “Strumenti d’intervento per alunni con bisogni educativi speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica”. Precedentemente si parlava di “integrazione”. Il decreto 66/2017 detta le “norme per la promozione dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità” con disposizioni per la riorganizzazione di enti, procedure e documentazione.

Dal dibattito in corso si ha l’impressione che l’inclusione comporti una serie di strategie che permettano l’inserimento dell’alunno disabile in un ambiente, il gruppo classe o il gruppo scuola, che di per sé stesso ne comporterebbe l’esclusione. Ed ecco che Stato, istituzioni sociosanitarie, pedagogisti, docenti si attivano per trovare qualcosa che corregga questo naturale fenomeno.

Sembrerebbe, in buona sostanza, che l’inclusione si attui mediante azioniinclusive, che occorre individuare e applicare. Buona cosa.

Tuttavia, l’inclusione è innanzitutto nella mente e nel cuore delle persone che vivono accanto a questi alunni; non solo a questi alunni, ma a tutti gli alunni, perché la diversità non è la condizione svantaggiata di pochi, ma riguarda tutti e ciascuno, in virtù dell’unicità di ogni persona.

L’inclusione è una questione di sguardo. Se il mio sguardo divide la classe tra inclusi ed esclusi, anche allo scopo apprezzabile di inserire gli esclusi, ho già operato un’esclusione, forse irreparabile, perché dovuta alla mia posizione umana. Ma lo sguardo del singolo insegnante non è sufficiente. Occorre “il villaggio”. Occorre un ambiente di apprendimento caratterizzato da una lieta operosità che coinvolga gioiosamente e dinamicamente tutti gli alunni.

Appare dunque evidente che il processo di inclusione non riguarda i soli docenti di sostegno ma tutti gli insegnanti di classe, il personale non docente, tutta la scuola. Se questo avviene, anche gli alunni saranno naturalmente portati a guardare all’altro in modo positivo, qualunque sia la sua condizione sociale o cognitiva.  Può capitare, anzi, che gli alunni ci precedano in questo sguardo libero da pregiudizi nei confronti dei compagni.

Non basta. Occorre stringere una forte alleanza educativa con le famiglie, soprattutto con le famiglie degli alunni in difficoltà, che spesso vivono una condizione di afflizione permanente per i problemi dei figli. Queste famiglie vanno accolte con rispetto, delicatezza, stima e comprensione, avendo sempre presente che, per quanto il percorso scolastico rappresenti un momento decisivo e privilegiato, si tratta comunque di un breve tratto di cammino, che inizia in famiglia, e in famiglia prosegue. Promuovere una crescita autentica dello studente in difficoltà significa abituarsi a pensare oltre il periodo della scuola, chiedendosi “cosa ne sarà di lui” in relazione alle difficoltà e alle inclinazioni manifestate, sempre in stretta relazione con la famiglia.

È richiesto all’insegnante un atteggiamento permanente di ascolto che gli permetta di intuirne le potenzialità e di rilevarne le genialità inespresse, di cui non di rado questi alunni sono dotati. È fondamentale questa apertura alla categoria della possibilità, perché evita di rinchiudere l’alunno nell’ambito angusto del suo limite. Una persona non può e non deve mai essere definita dal suo limite. Espressioni come “facciamo un Bes” o “questo è un Dsa” sono del tutto fuori luogo, per quanto pronunciate per brevità di comodo.

In età adolescenziale l’inclusione è complicata dalla crescente complessità delle dinamiche di gruppo. In questa fase sentirsi parte di un gruppo di pari rappresenta un bisogno fondamentale; tale appartenenza si fonda sul riconoscimento reciproco scaturito dalla condivisione di esperienze. Gli alunni con disabilità si trovano spesso a sperimentare una condizione di esclusione a livello esperienziale che determina anche un’esclusione a livello relazionale. Una didattica inclusiva tende a creare occasioni di riconoscimento tra pari, strutturando le diverse attività in modo che gli alunni con difficoltà possano sentirsi protagonisti al pari degli altri e per gli altri. A tal fine, insegnanti curricolari e insegnanti di sostegno sono chiamati a collaborare sistematicamente in un’azione sinergica che configuri in modo adeguato ogni unità di apprendimento.

Le materie a carattere pratico (arte, tecnologia, musica, educazione motoria) sono un terreno privilegiato per l’inclusione, in quanto permettono agli alunni meno dotati di intelligenza linguistico-verbale e logico-matematica di esprimere altri tipi di intelligenza. D’altro canto, è possibile creare un clima inclusivo in tutte le materie, privilegiandone la trattazione laboratoriale.

Bisogna, inoltre, lavorare sul metodo, approntando percorsi didattici che rendano l’alunno sempre più autonomo e indipendente, per quanto possibile, dalla mediazione dell’adulto.

La presenza degli alunni con disabilità in classe è spesso complicata dall’insorgenza di comportamenti-problema, che rappresentano un tentativo (seppure inadeguato) di gestire il disagio in una situazione percepita come “difficile”. Più che circoscrivere, è utile prevenire tali comportamenti. Nell’azione di osservazione e di ascolto dell’alunno, l’insegnante deve cercare di individuare le cause che possono portarlo a manifestazioni estreme, cercando, poi, di creare intorno a lui le condizioni perché queste non si verifichino.

Elemento delicato e importante del processo inclusivo è la valutazione. Produzione e valutazione delle prove di verifica devono essere condivise accuratamente fra insegnante di classe e insegnante di sostegno/educatore, individuando criteri tesi a sostenere l’alunno nell’autostima e nel suo percorso di integrazione con la classe.

Va ribadito, infine, che l’inclusione non riguarda solo gli alunni con difficoltà di apprendimento, ma ogni alunno nella sua unicità. Anche l’eccellenza può essere causa di esclusione, così come particolari sensibilità emotive.

Il sorriso, l’ascolto, la comprensione, la stima, il sostegno dell’insegnante, della compagine cordiale di tutti gli insegnanti in amichevole collaborazione sono la premessa più efficace ad ogni azione inclusiva.

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Bes e didattica “inclusiva”: burocrazia ideologica vs. esperienza ultima modifica: 2018-12-02T06:50:55+00:00 da Gilda Venezia

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