Il Green pass, incompetenza? No, un cavallo di Troia

Gilda Venezia

dal blog di L. R. Capuana, 15.8.2021.

Il grande inganno del PNRR su istruzione e ricerca.Gilda Venezia

Da più parti si levano accuse di incompetenza rivolte al ministro dell’istruzione, tanto da far rimpiangere ad alcuni addirittura l’ex ministra, Lucia Azzolina; ma si tratta davvero di incompetenza o non è forse un preciso disegno politico quello che sottende gli ultimi provvedimenti diramati dal MI sull’obbligo di green pass per i docenti della scuola italiana di ogni ordine e grado, pena la sospensione dal servizio senza stipendio?

Proviamo ad immaginare uno scenario alternativo, ovvero proviamo a pensare se l’obbligo del green pass non sia solo una mossa, un cavallo di Troia, per verificare la reazione da parte dei docenti, d’altronde perché sventolare questo spauracchio se già ben oltre l’85% dei docenti si è vaccinato?

Come previsto, infatti, al suo annuncio si sono levate alte le proteste per un’ingiusta misura che ha tutto il sapore di una punizione priva di senso, altri sono i provvedimenti che andrebbero presi in quanto la vaccinazione dei docenti da sola non basta se poi questi stessi si troveranno in classe sovraffollate perché non si è affatto provveduto a ridurre il numero di studenti per classe, né ad incrementare l’organico (i dati comunicati dal TGR dell’ora di pranzo del 9 agosto, ci dicono che, per esempio, solo nella regione Sicilia, a fronte di 4000 unità necessarie a coprire i posti vacanti ne sono stati assunti a tempo indeterminato poco più di 2000), quanto al reperimento di spazi aggiuntivi nemmeno l’ombra; così come rimane invariato il piano del trasporto pubblico locale. Quindi, è facile pensare che si tratti di incompetenza. Ma è davvero così?

Possibile che si tratti davvero di incompetenza,  non è che invece è un’altra manovra studiata a tavolino?

L’IDEA DI SCUOLA INNOVATIVA DEL MINISTRO DELL’ISTRUZIONE

Se si vanno a spulciare le dichiarazione dell’attuale ministro salta subito alla nostra attenzione che in svariate occasioni ha parlato di superare il modello classe novecentesco e fordista, lo ha affermato in Parlamento il 19 maggio, poi ancora il 28 durante un seminario all’INPS su “Una valutazione efficace come condizione per una efficace coesione sociale” e poi ancora il giorno 8 giugno durante la presentazione di una proposta di legge di cui riporto una parte del discorso fatto dal ministro qui e, durante un incontro in diretta con il giornalista di la Repubblica, Corrado Zunino,  il 15 giugno scorso.

In tutte queste occasioni ciò che Bianchi ripete con insistenza è che la questione del sovraffollamento delle classi si risolve ripensando complessivamente la scuola italiana in un’ottica più attuale che sia in grado di rispondere alle sfide poste dalla globalizzazione. La ricetta del ministro è quella della interdisciplinarità e dell’integrazione dei saperi andando oltre le discipline, smembrando il gruppo classe, in quanto, sostiene, la suddivisione dei discenti per età anagrafica è anacronistica e oggi serve altro.

Dunque, ne emerge chiaro il pensiero del ministro affatto in linea con le richieste dei docenti che, dal varo del D.M. 81/09 a firma Gelmini, ne chiedono con tenacia l’eliminazione. Al contrario, il ministro ha ben altra idea per la testa, almeno se si presta fede alle sue dichiarazioni pubbliche.

Sembrerebbe, infatti, che il ministro persegua un rafforzamento di quelle raccomandazioni europee che invitano i paesi membri ad armonizzare i singoli sistemi di istruzione. Dove si scrive “armonizzare” sarebbe più opportuno leggere: “uniformare”, in barba a qualsiasi identità culturale nazionale cui i singoli sistemi di istruzione dei paesi europei sono ispirati.

L’ISTRUZIONE A SERVIZIO DELLE IMPRESE

Bisogna quindi fare un passo indietro per riprendere il capo di quel filo rosso che lega tutti i provvedimenti sul sistema di istruzione che i politici di tutti gli schieramenti in questi ultimi trent’anni hanno veicolato come riforme progressiste e che invece, alla luce di ciò a cui stiamo assistendo, hanno tutto il sapore della restaurazione, ottocentesca , a dire il vero.

Il collegamento a cui risalire è, da una parte il Trattato di Maastricht del 1992 nel quale, per la prima volta, in Europa si guarda all’istruzione come la soluzione di tutti i mali che inchiodano il vecchio continente ad una concorrenza commerciale spietata e che lo vedono arrancare dietro i suoi avversari più agguerriti: Stati Uniti d’America e Giappone. Dall’altra parte la pubblicazione del Libro Bianco su istruzione e formazione nel 1995.  Ne ho scritto estesamente qui a cui rimando per informazioni più approfondite.

Se si osservano bene tutte le trasformazioni imposte al sistema di istruzione italiano, dalla scuola dell’infanzia fino all’Università, possiamo notare che tutte prendono l’avvio dall’introduzione dell’autonomia scolastica voluta e pervicacemente rivendicata ancora oggi, dall’allora ministro della pubblica istruzione, Luigi Berlinguer, e dal suo partito di riferimento. Essa, a cascata, ha determinato tutto ciò che è seguito dopo. L’approccio è sempre lo stesso, ovvero a piccoli passi un provvedimento dietro l’altro e ci siamo ritrovati come nella storiella della rana bollita.

È sempre con la tattica delle trasformazioni compiute a piccoli passi che si procede anche adesso, si crea il problema (la DaD, i docenti incompetenti, la loro formazione mirata), si propongono soluzioni per vedere l’effetto che questi annunci fanno sull’opinione pubblica; il green pass introdotto dapprima per alcune attività, come palestre, ristoranti, concerti, teatro, cinema, musei etc., in seconda battuta lo si propone come obbligatorio per certe categorie professionali (gli operatori sanitari – la gran parte dell’opinione pubblica si trova d’accordo; poi si passa a docenti e agli studenti universitari e anche in questo caso l’opinione pubblica applaude) e qui si scatena la protesta diffusa. Ed è a questo punto che si passa dalle dichiarazioni lanciate così, per tastare il terreno sull’effetto prodotto (le dichiarazioni del ministro sullo smembramento delle classi e l’eliminazione delle discipline), all’applicazione di ciò che in realtà è stato già previsto perché, queste che appaiono come dichiarazioni estemporanee, trovano piena attuazione nel PNRR.

Infatti, è sufficiente leggere bene come i fondi sono stati già allocati per farsi un’idea di ciò che verrà nel prossimo futuro.

E l’eliminazione delle cosiddette classi pollaio non figura tra questi progetti.

IL PNRR E IL SACCHEGGIO DELLA SCUOLA

La mia lettura dei dati si è basata sulle schede pubblicate dalla FLC CGIL su PNRR e settori della conoscenza, analisi puntuale e chiara.

Prima di affrontare il tema dei soldi, ritengo necessario, da una parte, sottolineare che i termini: “nuovi/e”, “innovativi/e” e “innovazione” ricorrono per ben 13 volte senza che si chiarisca mai in cosa consistano le novità e le innovazioni perseguite; anche i termini; “impresa/e” e “industria” affiancate a istruzione, formazione e ricerca sono abbastanza ricorrenti (7 volte e si parla solo di schede relative alla Missione 4 attinente al settore della conoscenza). Mentre, dall’altra è interessante anche notare una certa discrasia, come vedremo, tra quelle che sono le urgenze percepite dai cittadini se si presta orecchio al dibattito pubblico e su quali aspetti si concentra invece il governo.

Dunque di cosa avrebbe bisogno il nostro paese? Di cosa si parla con una certa frequenza? Sicuramente della grave situazione in cui versa il nostro sistema sanitario che, in particolar modo, durante questa pandemia ha mostrato tutta la sua fragilità e incapacità di fornire adeguati servizi alla cittadinanza a causa di decenni di tagli scriteriati al settore pubblico mentre i fondi sono stati assegnati a piene mani a quello privato; sicuramente del divario tra nord e sud; sicuramente della disoccupazione giovanile e di quella femminile che oltretutto, a parità di mansioni, subisce anche un’accentuata discriminazione salariale; un altro tema spesso dibattuto è quello del dissesto idro-geologico di tutto il territorio nazionale. Ci sarebbe da aspettarsi quindi che le priorità del governo fossero queste e come tali andrebbero affrontati con urgenza. E invece se si guarda ai tre assi strategici attorno cui si articola il PNRR poi suddiviso in 6 missioni troviamo le seguenti priorità:

1. digitalizzazione e innovazione (missione 1: digitalizzazione , innovazione, competitività, cultura e turismo) a cui il PNRR assegna ben 50,27 miliardi di euro, è altresì utile sottolineare che la cifra più consistente di questi, ovvero 30,98 miliardi sono destinate a “digitalizzazione , innovazione, competitività del sistema produttivo” (quindi alle imprese ndr.);

2. transizione ecologica (missione 2: rivoluzione verde e transizione ecologica; missione 3: infrastrutture per una mobilità sostenibile a cui il governo assegna un totale di 69,94 miliardi, di cui, ancora una volta, è da sottolineare che il grosso di questa cifra: 25,36 miliardi sono allocati per: “energia rinnovabile, idrogeno, rete e transizione energetica e mobilità sostenibile” auto motive, mezzi pubblici? ndr.);

 3. inclusione sociale (quest’ultimo asse si concentra su tre priorità principali: a. parità di genere, b. protezione e valorizzazione dei giovani, c. superamento dei divari territoriali. Queste a loro volta rientrano nelle seguenti missioni: 4. Istruzione e ricerca, 5. Coesione e inclusione e 6. salute) per un totale di 74,25 miliardi di euro.

Quindi: 120,21 miliardi vanno al potenziamento dell’economia del paese mentre solo 74,25 miliardi sono disponibili per affrontare quei problemi che nel dibattito pubblico sono prioritari.

I FONDI INSUFFICIENTI PER ISTRUZIONE E RICERCA

Se poi entriamo nello specifico della missione 4, ovvero istruzione e ricerca scopriamo non solo che i fondi sono insufficienti per realizzare tutto ciò che il governo promette, ma si comprende subito che, ancora una volta, i benefici maggiori sono a favore del settore privato e al settore pubblico restano le briciole.

Infatti, dei trentatre miliardi e ottocentottantuno milioni complessivi allocati a questa missione, solo quattro miliardi e seicento milioni sono destinati alla realizzazioni di asili nido e scuole per l’infanzia e, come rilevato dall’analisi della FLC CGIL  a p. 14 “servirebbe il doppio dei fondi stanziati per le strutture e prevedere altri fondi per la gestione”. Quindi, come dire, buone le intenzioni ma non bastano. Discorso analogo va fatto per i novecentosessanta milioni di euro stanziati per l’ampliamento del tempo pieno e, sempre le succitate schede ci vengono in aiuto, infatti a p. 15, si chiarisce che anch’essi sono insufficienti. Tra l’altro in nessuno di questi due casi si creano reali condizioni perché venga potenziata l’azione pedagogica come sarebbe ovvio, al contrario, vista l’esigua copertura si prospetta un mero servizio “parcheggio” per quei genitori che dovendo lavorare entrambi hanno necessità di collocare la prole da qualche parte. In poche parole un servizio di babysitteraggio di stato, con buona pace del diritto allo studio e a tutte le belle parole contenute nella Costituzione. Sui trecento milioni stanziati per il potenziamento infrastrutture per lo sport a scuola (Investimento 1.3, p. 9), meglio non dire alcunché.

IL COMMISSARIAMENTO DELLE SCUOLE DA PARTE DELL’INVALSI

Proseguendo poi, alla voce “Intervento straordinario finalizzato alla riduzione dei divari territoriali nei cicli I e II della scuola secondaria di secondo grado” (Investimento 1.4, p. 9) troviamo la beffa assoluta e cioè uno stanziamento di 1,50 all’INVALSI che la FLC CGIL giudica così:

Si tratta di misure pericolosamente invasive e sostanzialmente incomprensibili: infatti, si tratterebbe di utilizzare le rilevazioni PISA/INVALSI per “personalizzare i percorsi per quelle scuole che hanno riportato livelli prestazionali critici”, quasi a individuare le cause del divario territoriale nelle specifiche scuole, nei dirigenti scolastici e/o nei docenti e non piuttosto nelle complessive condizioni di contesto. Consideriamo inefficaci i mentori e gli esperti esterni a fronte di un ampliamento del tempo scuola provvisorio, temporaneo e con tutor per Dirigenti e docenti che agirebbero in sovrapposizione, come elementi estranei, rispetto alle comunità educanti destinatarie con “azioni di supporto mirate per i relativi dirigenti scolastici, a cura di tutor esterni e docenti di supporto”. Per completare la logica di questo intervento, orientata quasi ad azioni “ad personam”, verranno considerati due gruppi target: uno composto da 120.000 studenti di età 12-18 anni, per ciascuno dei quali saranno previste sessioni di online mentoring individuale (3h) e di recupero formativo (per 17h ca.) e l’altro composto da 350.000 giovani tra i 18-24 anni, per ciascuno dei quali saranno previste circa 10h di mentoring, o interventi consulenziali per favorire il rientro nel circuito formativo. P.17

In pratica si tratterebbe di un commissariamento di quelle scuole i cui studenti non raggiungano gli obiettivi prefissati appaltandone a soggetti esterni alla scuola pubblica e statale il cosiddetto recupero di quegli obiettivi mancati e tutto ciò a fronte di ampia letteratura prodotta che mette fermamente in discussione la validità delle prove INVALSI e dell’operato complessivo dell’istituto stesso.

E sempre al settore privato, sostanzialmente, è destinato un altro miliardo e mezzo, quello dell’investimento 1.5: “sviluppo del sistema di formazione professionale terziaria (ITS)”, p 9, fondi già stanziati dalla Camera e per far cosa? Per creare dei percorsi professionalizzanti biennali a conclusione dei quali il titolo conseguito sarà equiparato ad una laurea e, allora, perché non prevederli come corsi universitari? Per il semplice motivo che i docenti di questi istituti tecnici superiori saranno esperti reclutati dal mondo delle imprese, coinvolte a pieno titolo in questa operazione, con contratti anche a tempo e senza concorsi o graduatorie. In definitiva un altro regalo alle imprese e soldi, ancora una volta, scippati all’istruzione pubblica e statale. Imprese che, grazie a tutti questi provvedimenti mascherati come sostegno all’istruzione e alla ricerca, di fatto possono dormire sonni tranquilli perché tutta la formazione e ricerca che dovrebbe essere a carico loro viene bellamente finanziata dallo Stato.

In questo quadro si innesta anche quel concetto che non si può fare a meno di citare quando si parla di competenze, formazione e professionalità: il life-long-learning, che di per sé è anche ovvio, l’essere umano non smette mai di imparare, ciò che però risulta diabolico è l’uso strumentale che se ne fa politicamente e, persino, moralista; infatti per suo tramite e cioè facendo leva sulla formazione continua si scarica sull’individuo la responsabilità di aggiornamento e formazione professionale attraverso quel meccanismo subdolo secondo cui se perdi il lavoro è colpa tua. Colpa tua per non aver investito in formazione innovativa (in passato erano le imprese che si impegnavano a fare formazione e aggiornamento al proprio personale), ma non basta ovviamente aggiornarsi e migliorare continuamente le proprie competenze professionali, no; queste devono essere certificate da enti di formazione specializzati e da qui un florido fiorire di istituti certificatori privati che si arricchiscono ad esempio fornendo corsi di formazione e aggiornamento continui presso enti pubblici ed è anche un proliferare di Master, corsi di specializzazione, certificazioni linguistiche, di patente per l’utilizzo dei dispositivi digitali e dei loro sistemi operativi in ottemperanza ad altri concetti innovativi: benchmarking (livelli standard di riferimento)e ranking (classifica).

Insomma nel tempo si è creato un sistema che favorisce i settori privati che sull’istruzione e formazione hanno fatto fortuna, tant’è che se si fa una banalissima somma di tutte le voci del PNRR in cui figurano i termini imprese e industria si ottiene una cifra pari a: 56 miliardi e 340 milioni di euro (vedi schede a pp. 5-6), come dire: collettivizzare le perdite e privatizzare i profitti.  È la vittoria indiscutibile di Confindustria a cui ne va dato pienamente atto e il fallimento totale di quella politica che a parole, solo a parole, ritiene prioritarie per lo sviluppo di questo paese l’istruzione e la ricerca.

LA SCUOLA DELLA COSTITUZIONE TRADITA

Infatti, se così fosse concretamente e non solo a parole, ovvero se realmente si volessero combattere i fenomeni di dispersione scolastica e di abbandono scolastico, si sarebbe dovuto provvedere a creare quegli ammortizzatori sociali che ancora mancano da affiancare alle scuole. Luoghi dove quei bambini e ragazzi che non hanno un valido sostegno in famiglia possano trovare personale specializzato e abilitato capace di fornire loro, da una parte quell’aiuto di cui hanno bisogno per avere davvero quelle pari opportunità di partenza di cui tanto si parla e quindi colmare quelle lacune che si portano dietro dagli ambienti di provenienza ben descritti nei rapporti che accompagnano i risultati delle prove INVALSI e, dall’altra, luoghi anche ricreativi dove sperimentare con laboratori di vario genere: teatro, scrittura creativa, attività manuali e sport.  Riempire i loro pomeriggi facendo l’utile e il dilettevole, ma ben più importante, sottraendoli a quelle trappole che determinano in senso negativo il futuro di tanti loro come se fossero predestinati a smarrirsi. Inoltre, così si potrebbero anche creare posti di lavoro per personale qualificato.

Ma non è questo che interessa a questa politica, a questo governo e a questo ministro dell’istruzione e sostenere di non aver capito le loro intenzioni, dopo tutte le dichiarazioni rilasciate che sono in piena continuità con quanto perseguito finora, vuol dire avere davvero serie difficoltà nella comprensione del testo e di qualsiasi forma di comunicazione.

DALLA SCUOLA REPUBBLICANA ALLA SCUOLA ANNIENTATA

Ciò che interessa agli attuali decisori politici è creare le condizioni grazie alle quali riformare il sistema scolastico, per altro è una delle riforme inserite nel PNRR – a costo zero, ovviamente – non meglio specificate, ma se si legge tra le righe delle autorevoli dichiarazioni del ministro si comprende che l’obiettivo è una riforma che ricalchi il modello anglo-americano, ovvero eliminazione dei diversi indirizzi di studio che, in un colpo solo ottiene lo smembramento delle classi e l’eliminazione delle discipline, con l’introduzione di corsi da far scegliere ai discenti (qui torna la sua dichiarazione secondo cui la separazione anagrafica degli studenti nelle classi è anacronistica e va superata). Quindi, un’unica scuola superiore dove gli studenti si creano il loro piano di studi con i crediti formativi e, a questo punto, si otterrà quella completa autonomia scolastica che, per molti, non è stata ancora realizzata. In questo modo la competizione tra scuole sulla base di diversi progetti triennali di offerta formativa diventa compiutamente strutturale e la valutazione standardizzata da parte di un ente esterno diventerà necessaria per garantire imparzialità e trasparenza e non potrà incontrare nessuna obiezione di merito poiché i contenuti appresi dagli studenti saranno tutti rispondenti alle conoscenze richieste per svolgere le prove standardizzate.

Poiché peraltro è tutto collegato e deve incastrarsi bene, l’altro tassello importante che forse si sta sottovalutando attiene alla formazione dei docenti collegata al nuovo piano di reclutamento, sempre il ministro ha anche affermato che serve personale più preparato attraverso un percorso specialistico dedicato. Tradotto significa che i nuovi docenti non devono essere laureati in una disciplina (le discipline frattanto non esisteranno più), bensì il nuovo docente vagheggiato dal ministro, e i suoi preziosi collaboratori e consiglieri, deve essere in grado di insegnare più materie e deve seguire un corso di laurea finalizzato esclusivamente all’insegnamento. Non a caso nel PNRR (M4C2: investimento 2.1 e riforma 2.1 e riforma 2.2 – vedi scheda a p. 9) si menziona in modo altisonante l’istituzione di una Scuola di Alta Formazione che prevede specifica formazione pedagogica e didattica. Ciò significa che la professionalità dei docenti di scuola superiore sarebbe inevitabilmente dequalificata e chi dovesse, in futuro, scegliere questo specifico settore professionale non avrebbe più altri sbocchi creando, tra l’altro, personale facilmente ricattabile e precario.

L’altro importante obiettivo da raggiungere si sostanzia in due parti, la prima: la riduzione di un anno della scuola superiore, si dirà: per consentire agli studenti italiani di essere in linea con quelli degli altri paesi e dar loro la possibilità di inserirsi nel mondo del lavoro con gli stessi tempi; la seconda: l’abolizione del valore legale del titolo di studio. D’altronde se ogni istituto diventa un ente autonomo la cui qualità del servizio offerto è certificato da un ente esterno che, a sua volta, determina se è appetibile o no per l’utenza, rafforzando il concetto oggi di moda delle classifiche tra scuole e del merito, ne consegue che se anche il valore legale venisse mantenuto per un certo periodo di transizione nella realtà della prassi verrebbe a decadere autonomamente.

La conseguenza naturale di questo quadro tracciato vedrebbe coinvolti anche i docenti che sarebbero inevitabilmente assunti per chiamata diretta dai DS. Del resto se un dirigente scolastico dovrà raggiungere parametri di qualità stabiliti a monte rivendicherà, a buon diritto, la scelta personale dei migliori docenti presenti sul mercato.

È un procedimento a cascata che coinvolge ogni aspetto, quindi accapigliarsi sul green pass è l’ennesimo cavallo di troia, si darà l’impressione di cedere alle proteste, anche solo in parte, per prepararci un piatto ancora più nefasto.

© L. R. Capuana

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Il Green pass, incompetenza? No, un cavallo di Troia ultima modifica: 2021-08-15T17:58:07+02:00 da Gilda Venezia

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