Le classi pollaio scompariranno. Basta farle rientrare nei parametri del D.P.R.81/09

Gilda Venezia

dal blog di Gianfranco Scialpi,  21.11.2021.

Gilda Venezia

Le classi pollaio, non saranno abolite. Sono uno dei tanti esempi di una maldestra ottimizzazione. Di parere opposto G. Fregonara e O. Riva che si allineano al pensiero del Ministro Bianchi. La questione pedagogica è marginalizzata

Le classi pollaio, ci penserà la storia a farle “morire”

Le classi pollaio. G. Fregonara e O. Riva sostengono che scompariranno naturalmente. In altri termini, la loro eclissi sarà inevitabile, in quanto prodotto da un incedere naturale della storia. In un articolo pubblicato su “Letture”  (Corriere della sera, 20.11.21) e dal titolo “La nuova scuola” si legge ” Se fissiamo un orizzonte di quindici anni, una cosa la sappiamo già: da qui al 2036 sparirà più di un milione di studenti. Colpa del calo demografico, che già si fa sentire alle elementari, ma che interesserà anche medie e superiori. Con questi numeri le cosiddette classi pollaio sono destinate a diventare un ricordo. Nelle stesse aule dove i ragazzi oggi stanno pigiati in 30, fra qualche anno saranno in 25-26, forse anche meno

Il trucco amministrativo per edulcorare la realtà

L’articolo riprende la tesi del Ministro Bianchi: le classi pollaio sono quelle unità che superano i limiti di legge, imposti dal D.P.R.81/09. Secondo il responsabile del Mi, le classi superiori a 27 alunni sono il 3% e presenti soprattutto negli istituti tecnici. Quindi il problema non esiste, in quanto è residuale. Semmai esiste la criticità contraria di  “situazioni in cui non riusciamo a fare le prime le prime elementari perché non abbiamo più bambini. Il quadro quindi va visto nel suo insieme”(P.Bianchi)
Dal punto di vista normativo nulla da eccepire. Il ragionamento che si sviluppa all’interno di numeri e percentuali conferma la miopia che marginalizza la prospettiva pedagogica. L’approccio risente del modello culturale dominante: il finanzcapitalismo (L. Gallino). Il criterio dell’ottimizzazione è applicato maldestramente perché la massimizzazione delle risorse umane porta a realizzare prodotti (apprendimenti), meno a favorire i processi cognitivi, motivazionali ed emotivi (ne parliamo alla fine)
Evidentemente la scuola non tratta prodotti, ma si rapporta con persone. Lo scivolamento verso il modello aziendale è iniziato nel 1995 con “la carta dei servizi” e completato con “L’autonomia scolastica (L. 59/97 e D.P.R. 275/99).
La formazione dei ragazzi passa attraverso l’educazione e la personalizzazione. Quest’ultima è impossibile da realizzarsi con classi da 25-26 alunni/studenti, alcuni dei quali necessitano di adeguati percorsi. Mi riferiscono ai soggetti diversamente abili non gravi o con Bes o Dsa.
Sul primo aspetto condivido quanto ha sempre dichiarato U. Galimberti, filosofo “greco” e convinto oppositore della tecnica che sta oggettivando l’esserci (l’uomo): “L’educazione non viene attuata anche perché l’educazione come cura del sentimento la puoi fare solo se le classi sono di dieci, dodici persone. Se sono trenta hai già deciso che non si può educare. E dato che le classi hanno un alto numero di alunni, la scuola italiana non educa. Al massimo – quando va bene – istruisce.”
Il ragionamento di U. Galimberti, però è di difficile comprensione per la politica, condizionata dal credo liberista che guarda al rapporto costi/benefici. Il risultato? La scuola rimane poco protetta in un prospettiva dove il rischio è divenuto palesemente prossimo e maggiormente percepito.

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Le classi pollaio scompariranno. Basta farle rientrare nei parametri del D.P.R.81/09 ultima modifica: 2021-11-21T21:04:41+01:00 da Gilda Venezia
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