A Hogwarts chi chiede aiuto lo trova sempre: di classi pollaio e studio di magia

Gilda Venezia

di Orsetta Innocenti, Le parole e le cose, 16.7.2021.

Gilda Venezia

«“Signora, io non sono né Harry Potter, né Albus Silente”», così il ministro Bianchi, l’8 luglio, al minuto 74 del primo degli incontri della “Repubblica delle Idee”, ha replicato a una madre che chiedeva conto della “classe pollaio” (29 alunni) di suo figlio per il prossimo a.s. 2021/2022. Per il dodicesimo anno di seguito – da che il DPR 81/2009, esecutivo della legge Brunetta, la 133/2008, ha sancito una serie di numeri minimi di alunni per classe, non derogabili, rendendo nei fatti il ministero dell’istruzione, senza portafoglio, del tutto subalterno al MEF, una partita di giro da usare liberamente per risparmi alla spesa pubblica – gli alunni italiani si apprestano a rientrare in classi sovraffollate, a prescindere dall’emergenza.

Bianchi si è innervosito, quando ha visto che la platea era informata (molto), consapevole dei propri diritti (molto), e (dunque) poco propensa a farsi bastare la retorica della “scuola degli affetti” o degli abbracci istituzionali che, dal momento dell’insediamento, e per i successivi cinque mesi, in perfetta continuità con i suoi predecessori, è quanto il MI ha ritenuto opportuno ammannire alla popolazione scolastica che chiedeva spazi, investimenti didattici e diritto allo studio per tutti (una modalità dialettica che ricorda la ben più famosa sentenza attribuita a Maria Antonietta sul pane e le brioches).

Invece, si sono avuti la “possibilità” delegata alle singole scuole di fare o meno attività ordinamentali (per esempio: le ore di laboratorio nei tecnici e nei professionali), l’invito generico (Nota 624/2021) alla scuola all’aperto, mentre contemporaneamente il DL 52/2021 rimandava al DPCM del 02/03/2021 quanto non esplicitamente regolamentato nel suo testo (con tanti saluti alle uscite caldamente raccomandate, vietate nel DPCM, e mai più menzionate nel DL), il balletto delle aperture tra il 16 e il 26 aprile (il 100, il 60, il 70: ambo, terno, quaterna – senza un solo investimento in più che supportasse il dato, se non il ricorso all’infinita pazienza di alunni, presidi e docenti).

E, soprattutto, il Piano Estate. Quel Piano Estate annunciato come la panacea di quasi ogni male scolastico causato dall’emergenza sanitaria, l’impegno concreto del ministero per ridare agli studenti la socialità e ricucire le fratture psicologiche generate da 3 mesi e spiccioli di didattica a distanza e dagli altri 9 di sì, no, quando, quanto, quanti, un po’ di qua, un po’ di là, a casa, a scuola, a scacchiera, si rientra, abbiamo scherzato, forse, boh, bah.

Nei fatti, il Piano Estate si è rivelato solo un potente elemento di distrazione sociale, annunciato, guarda caso, negli stessi giorni nei quali i provveditorati provinciali e regionali chiudevano gli organici (rispettivamente: 27 e 29 aprile, l’uno, il Piano Estate, in diretta nazionale e coi toni della scuola affettuosa, l’altra, la Nota sugli organici, con un protocollo mandato alle istituzioni scolastiche, nella quieta indifferenza di una comunicazione via mail istituzionale): per i quali non è stata prevista nessuna deroga, e le classi sono appunto restate il pollaio cui siamo da troppo tempo abituati.

Perché, per dividere le classi in modo stabile, ci vogliono soldi, tanti soldi, mentre il Piano Estate, nonostante la grande pubblicità, di soldi ‘nuovi’ sulla scuola ne ha previsti viceversa pochini pochini – anche a voler supporre per assurdo (e non è il caso) che l’operazione del MI fosse qualcosa in più di un po’ di stucco di facciata. Si tratta infatti, per lo più, della rimodulazione in chiave di recupero estivo di fondi già esistenti (“Programma operativo nazionale (PON) Per la scuola, 2014-2020” e D.M.2 marzo 2021, n. 48, ex L. 440/1997) e dunque già accantonati per interventi nelle scuole, senza un aumento sostanziale degli investimenti per le istituzioni scolastiche. Di quanto previsto nel “ponte per un nuovo inizio” (parole ministeriali), una piccola parte (residuale) è stata fornita a pioggia alle scuole, mentre per i due finanziamenti che dipendevano dai bandi, e dunque da una procedura in qualche modo selettiva, nessun criterio di assegnazione teneva conto del merito delle proposte: erano tutti criteri stabiliti a monte e calcolati autonomamente dal portale sulla base di dati pre-inseriti (numero di alunni, zona geografica, fattore di rischio, abbandono, etc). – un altro modo, solo più complicato, di dare poco, già stanziato e a pioggia.

Per fortuna, come ampiamente annunciato da ogni sondaggio, ci hanno pensato gli studenti e le studentesse a esplicitare con la ferma cortesia dei fatti il loro totale disinteresse alla socialità estiva sponsorizzata dal ministro. E, con un bel sorriso, ci hanno notificato che “grazie, ma di adulti che si occupassero di loro ne avevano avuto anche abbastanza, e che tutto il molto altro da fare in estate per il recupero del loro benessere (che, ne convenivano, era parecchio) – dopo un anno di dad trasmissiva modello televisione e di ossessive verifiche in presenza – lo avrebbero fatto, ben contenti, ben lontani dai nostri piedi”.

Sarà stato il fallimento del Piano Estate, sarà che il tempo da qui a settembre è pochissimo (“il ministero è già al lavoro”, ha scritto l’ANSA in una nota il 4 luglio – con ciò dimostrando una certa confusione grammaticale tra “già” e “finalmente”), fatto sta che, alla domanda sulle classi pollaio, il ministro si è irritato parecchio.

E, per difendersi, non ha trovato di meglio che citare due protagonisti della scuola più famosa e più rinomata d’Europa. Vorrei rassicurarlo: nessun insegnante ha mai pensato di poterlo paragonare, neppure lontanamente, né a Harry Potter, né a Silente. Innanzi tutto perché sono rispettivamente uno studente e un preside (due ruoli che il ministro ha ricoperto in un tempo troppo lontano oppure mai, per potere evocare analogie spendibili); e poi perché Bianchi difetta del profilo psicologico di entrambi, né risulta noto che abbia mai potuto, lui e tutti i suoi colleghi ministri da molti lustri a questa parte, mettere piede a Hogwarts.

Perché Hogwarts è una scuola alla quale sono ammessi tutti i giovani maghi (di famiglia magica, ma, se dotati di poteri, anche di provenienza babbana, cioè dalla comunità dei non maghi: non vi è preclusione di ‘censo’, ma vi è anzi un ‘ascensore sociale’), ai quali viene recapitata una lettera, alcuni mesi prima del primo anno, che contiene indicazioni chiare sui passi da compiere.

E’ una scuola residenziale e gratuita, per tutti (ed è previsto, per i giovani maghi indigenti, anche un fondo per potersi procurare il materiale scolastico).

E’ una scuola alla quale si arriva con un treno-navetta fornito dalla comunità dei maghi, che segue un percorso dedicato e protetto per arrivare al castello.

E’ una scuola con aule ampie e accoglienti, spazi personali per le quattro ‘case’ in cui è divisa, una grande biblioteca, svariate sale studio, un campo sportivo, un enorme parco.

E’ una scuola nella quale ogni materia prevede un congruo e ampio numero di attività laboratoriali.

E’ una scuola così cruciale che il super-cattivo Voldemort, quando sta prendendo potere la prima volta, prevede di infiltrarla – perché sa che avere potere su Hogwarts, e sull’istruzione dei giovani maghi, vorrebbe dire poter controllare nel profondo la società tutta.

E’, proprio per questo, il luogo che lo stesso Voldemort considera così simbolico e inviolabile da nasconderci uno dei sette horcrux che costituiscono il suo proprio talismano per una vita immortale.

Ed è un luogo dove esiste una “stanza delle necessità”, una porta che qualunque abitante di Hogwarts può sperare di aprire, alla bisogna, per trovarvi, già ammannito, quello che più gli serve: per esempio, sale a norma, arredate con tavoli senza rotelle, sedie comode, attrezzature in ordine, finestre ariose, serrande funzionanti.

Tutto quello che è lontano anni luce da ciò che la noncuranza istituzionale ha fornito alla scuola pubblica negli ultimi venti anni.

Se però il ministro Bianchi volesse davvero giocare a Harry Potter, vi è, per la sua identificazione, un altro personaggio.

Fino al quinto libro della serie, infatti, la carica di Ministro della Magia è occupata da un mago che risponde al nome di Cornelius Fudge (il “fudge” è un dolce tipico inglese, appiccicoso come una caramella o mou – o, forse, come un abbraccio). Fudge, incaricato di guidare la comunità dei maghi dopo la prima (apparente) sconfitta di Voldemort, ha, per tutti i primi tre libri, una caratteristica saliente: quella di non fare nulla, se non gestire l’ordinaria amministrazione. Dal quarto libro, invece, il suo ruolo sarà soprattutto quello di negare, sempre e comunque, l’evidenza: perché ammettere che Voldemort è tornato significherebbe, a tutti gli effetti, riconoscere che esiste una situazione di grave emergenza, e prendere, di conseguenza, una serie di provvedimenti straordinari, inaspettati e scomodi per la sua gestione. Non sarà così, nonostante l’impegno di Silente, l’opposizione di Harry Potter e di tutti coloro che credono nella necessità di azione rapida. Per tutta la lunga durata del libro quinto, Fudge si opporrà a Silente, e a quello che con lui Hogwarts rappresenta, fino a commissariare la scuola e imprigionare il preside. Poi, alla fine del libro, quanto Voldemort arriverà a violare il Ministero della Magia, in una memorabile battaglia che provocherà feriti e morti, sarà costretto ad ammettere l’evidenza, e sarà destituito, troppo tardi.

Gli ultimi due libri della serie, sotto l’egida di un nuovo ministro (miope in modo diverso, ma che avrà la buona grazia di impegnarsi in prima persona, morendo sul campo), saranno tutti sotto il segno della resistenza: un battaglia lunga, difficile, che causerà la morte di moltissimi personaggi. Una battaglia che vedrà la sua fase conclusiva dentro Hogwarts, la scuola di tutti, dove Harry riuscirà – con l’aiuto di tutta la comunità scolastica, che insieme a lui combatte – finalmente e definitivamente, a sconfiggere Voldermort.

Dopo essersi innervosito, il ministro Bianchi, nel rispondere a un’altra domanda, prende parola a proposito degli impegni per il futuro, ricordando che il ridimensionamento delle classi e delle scuole «è una delle riforme che ci siamo impegnati con il PNRR, quindi la legge la faremo, lì ci si sono le risorse, quando c’è copertura facciamo anche questo».

Il suo informatissimo interlocutore ribatte, con gentile puntiglio, che il PNRR non contiene, in alcun modo, questa priorità, né tanto meno l’impegno a una legge, ma che «prende per buone» le parole del ministro.

Le prendiamo per buone anche noi, le parole che dopo aggiunge Bianchi («Riorganizzazione. […]. Numerosità e dimensionamento anche degli istituti. La legge si fa quando c’è la copertura e io le sto dicendo che abbiamo trovato le coperture… che il ministero delle Finanze cerca le coperture»), facendo finta di non rilevare la differenza di significato, assai profonda, tra “abbiamo trovato” e “le cerca”.

Come viene ripetuto più volte nel corso dei sette libri di Harry Potter, «‘A Hogwarts chi chiede aiuto lo trova sempre’». Il Ministero dell’Istruzione ha, oggi, l’occasione di dimostrare di non essere composto esclusivamente da babbani.

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A Hogwarts chi chiede aiuto lo trova sempre: di classi pollaio e studio di magia ultima modifica: 2021-07-18T07:20:54+02:00 da Gilda Venezia
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