di Marco Campione, Italia Oggi ,20.10.2026
Indire sostiene il decreto scuola che limita al 30% la presenza di studenti stranieri nelle classi, basandosi su criteri di padronanza linguistica e scolarità pregressa, per favorire un apprendimento efficace
«Un alunno con cittadinanza non italiana non è necessariamente un alunno che non conosce l’italiano», dice Indire nel documento depositato in VII commissione Senato in merito alle audizioni sul dl scuola, in discussione per la conversione in legge. Sugli apprendimenti, evidenzia l’istituto di ricerca presieduto da Francesco Manfredi, richiamando la letteratura scientifica, pesano soprattutto la padronanza della lingua di istruzione, l’età di arrivo e la scolarità pregressa. Per questo l’ente giudica coerente la scelta compiuta dall’articolo 13 del dl scuola, che fissa al 30% la soglia nelle classi prime per gli stranieri ma non la calcola sulla sola cittadinanza, come faceva, salvo deroghe, la circolare Gelmini del 2010. Nella primaria, infatti, il dl Valditara tiene fuori dal computo i nati in Italia con almeno due anni di scuola dell’infanzia; nella secondaria, gli studenti che hanno frequentato con esito positivo almeno tre anni nel sistema nazionale di istruzione.
Il dl 30 settembre 2026, n. 170 (il cosiddetto «decreto scuola») è stato letto da Indire alla luce delle evidenze, concentrandosi in particolare su due temi che l’Istituto considera centrali nella proposta del governo e strettamente legati tra loro: il welfare scolastico e la composizione equilibrata delle classi.
Il welfare scolastico e il sostegno al diritto allo studio
Sul welfare, Indire propone una lettura ampia: non solo sostegno economico, ma attenzione all’insieme delle condizioni che favoriscono apprendimento, benessere e continuità dei percorsi. Le dimensioni individuate sono cinque: economica, educativa, relazionale, familiare e del personale. Tra gli elementi di valore, l’Istituto segnala tre misure. La prima sono i contributi per i libri di testo concentrati sulle classi di passaggio, cioè le prime della secondaria di primo grado e le prime e terze della secondaria di secondo grado, dove crescono i costi e si addensano i rischi di abbandono. La seconda è l’innalzamento della soglia Isee per accedervi, da 30 a 40 mila euro. La terza è la gestione unificata del fondo presso il ministero, con la Piattaforma Unica e l’erogazione tramite gli Uffici scolastici regionali. Per l’Istituto rientrano a pieno titolo nel welfare scolastico anche il contrasto al cyberbullismo e le norme sull’educazione al rispetto perché incidono sul benessere e la qualità delle relazioni. Il quadro si completa con il personale, perché, ricorda Indire, il benessere di chi impara e quello di chi insegna sono legati.
La composizione delle classi e la competenza linguistica
Sulla composizione delle classi, la prima indicazione che Indire trae dalla letteratura scientifica è una distinzione: «un alunno con cittadinanza non italiana non è necessariamente un alunno che non conosce l’italiano», scrive nel documento depositato in Senato.
In Italia uno studio del 2018 sulle classi della primaria (Ballatore et al.) rileva effetti negativi non trascurabili in lingua e matematica, quasi doppi con alunni di prima generazione. Il meccanismo è linguistico, non culturale: conta quanti compagni non padroneggiano ancora la lingua, non la loro origine. In tal senso, anche uno studio Ocse citato durante la presentazione del rapporto Education at a Glance Gli effetti, inoltre, non crescono in modo lineare ma emergono oltre certe soglie, che variano secondo il contesto. A pagare le concentrazioni elevate sono in particolare gli stessi alunni neoarrivati, perché una lingua si impara usandola ogni giorno con compagni che la parlano. È qui, per Indire, l’argomento più solido a favore di una composizione equilibrata.
Le prove Invalsi e l’apprendimento della lingua per studiare
Che il nodo sia la lingua lo confermano le prove Invalsi 2025: in terza media gli alunni stranieri di prima generazione hanno in italiano uno svantaggio di circa 23 punti rispetto ai compagni italiani, quelli di seconda generazione di circa 13. Il rischio, avverte Indire, è scambiare questo svantaggio per scarsa capacità: a parità di risultati, questi studenti sono orientati più spesso verso tecnici e professionali. Eppure in letteratura si distingue tra la lingua per comunicare, che si acquisisce in uno o due anni, e la lingua per studiare, che ne richiede da cinque a sette: uno studente può conversare con i compagni senza riuscire ancora a comprendere un manuale.
Il nodo del ritardo scolastico e i nuovi strumenti di supporto
Pesa poi il ritardo scolastico, che riguarda il 26,4% degli alunni con cittadinanza non italiana contro il 7,9% degli italiani ed è uno dei più forti predittori di abbandono. Per l’Istituto, l’efficacia della regola sulla composizione delle classi dipenderà dalla qualità dell’attuazione, per la quale il decreto propone alcune leve: il fondo per il potenziamento dell’italiano, i tutor e la formazione di tutti i docenti sull’italiano come lingua seconda e sul linguaggio delle discipline.
Indire ha sottolineato come l’avvio delle nuove regole consentirà anche di valutarne gli effetti: incrociando dati amministrativi e prove Invalsi sarà possibile confrontare scuole e coorti prima e dopo, misurando apprendimenti, competenza linguistica, ritardo e benessere, sia dei neoarrivati sia dei compagni. L’Istituto propone un’agenda di ricerca, con una convinzione di fondo: la scuola ha gli strumenti per ridurre i divari, se interviene presto a partire dalla lingua.


