Vietato ricordare

Gilda Venezia

Quando la scuola nuovista teme la memoria più dell’ignoranza.

Gilda Venezia

C’è una parola che, nel lessico pedagogico contemporaneo, suona quasi oscena: memoria. Essa viene evocata con immagini di scolaresche ottocentesche, con declinazioni latine recitate in coro, date appuntate con fatica su quaderni a righe. La si associa a un’idea di scuola autoritaria, trasmissiva, oppressiva. E così, nel nome della liberazione del bambino, la memoria è stata progressivamente espulsa dal curricolo, sospettata di essere un retaggio disciplinare, un inutile esercizio di accumulo in un’epoca in cui “c’è Google”.

L’argomento è noto: perché imparare poesie a memoria, perché ricordare date, nomenclature, formule, se ogni informazione è a portata di clic? Perché imporre uno sforzo che può generare frustrazione, quando l’obiettivo dichiarato è coltivare creatività, affetti, benessere emotivo? La domanda è mal posta. Non si tratta di difendere un’archeologia della didattica, ma di riaffermare una verità elementare e tuttavia sistematicamente rimossa dai pedagogisti innovativi: senza memoria non c’è pensiero. Senza memoria non c’è linguaggio. Senza memoria non c’è argomentazione interiore.

La memoria non è un magazzino esterno, un archivio neutrale da consultare all’occorrenza. È la struttura stessa del pensiero. “Hardware e software” della nostra mente. Aristotele già intuiva che l’intelletto opera su immagini, e che queste immagini sono custodite dalla memoria. Sant’Agostino, nelle Confessioni, descriveva la memoria come un immenso palazzo interiore, in cui sono depositate non solo le percezioni, ma i concetti, le emozioni, le parole. Senza quel palazzo, l’io si dissolve. La tradizione filosofica aveva compreso ciò che la pedagogia sistematicamente rimuove:il ragionamento si nutre di contenuti interiorizzati. Contenuti (orrore!!).

L’argomentazione non nasce dal nulla; è una combinazione di elementi già posseduti.

Si può davvero credere che un giovane, chiamato a prendere posizione in una discussione pubblica, possa “argomentare a braccio” interrogando un motore di ricerca? Che in una situazione concreta della vita – un colloquio di lavoro, un confronto politico, un conflitto etico, una difesa – egli possa sospendere il tempo dell’interazione per digitare parole chiave? L’idea è grottesca. La competenza non è l’accesso all’informazione, ma la sua integrazione in un tessuto mentale stabile. Google è uno strumento; la memoria è una facoltà. Confondere le due cose è un errore categoriale grave.

La pedagogia che combatte l’esercizio della memoria si presenta come progressista, ma in realtà è profondamente regressiva. Essa rifiuta la fatica in nome del benessere immediato, la frustrazione in nome dell’autostima, la disciplina in nome dell’autenticità. Il risultato non è una generazione più libera, ma una generazione più fragile. Si è convinti che eliminando lo sforzo si elimini il dolore; si dimentica che eliminando lo sforzo si elimina anche la possibilità di strutturare l’intelligenza.

Imparare una poesia a memoria non è un esercizio di servilismo culturale. È un atto di appropriazione linguistica. Ogni verso interiorizzato amplia il lessico, raffina il senso sintattico, educa all’ordine del discorso. Ricordare date non è un culto sterile della cronologia; è collocare gli eventi in una trama temporale, comprendere le relazioni causali, evitare l’eterno presente dell’ignoranza. Apprendere nomenclature non è idolatria del dettaglio; è dotarsi di categorie per classificare il mondo.

L’idea che l’apprendimento debba essere sempreludico, intrattenitivo, privo di attrito, è una delle illusioni più perniciose del nostro tempo. L’intelligenza cresce nella tensione, non nella gratificazione immediata. La frustrazione – entro limiti ragionevoli – non è un trauma, ma una palestra. Ogni competenza significativa richiede ripetizione, esercizio, consolidamento. Si pretende di formare lettori senza far loro leggere testi complessi; di formare scrittori senza far loro memorizzare modelli; di formare cittadini critici senza fornire loro un patrimonio di conoscenze condivise.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il numero di parole effettivamente possedute e usate si restringe. Il lessico si impoverisce. E con esso si impoverisce la capacità di pensare. Non si tratta di un vezzo elitario: il pensiero complesso richiede strumenti linguistici complessi. Se il vocabolario si riduce, si riducono le sfumature concettuali disponibili. L’astrazione diventa difficile, la distinzione fine tra concetti si perde. L’analfabetismo funzionale – la difficoltà di comprendere testi argomentativi, di inferire implicazioni, di valutare coerenze – non nasce dal nulla; è il frutto di un progressivo svuotamento del patrimonio linguistico interiorizzato.

La cosiddetta “pedagogia della fuffa” – fatta di laboratori colorati, di mappe concettuali prefabbricate, di competenze sbandierate e mai radicate – ha sostituito il contenuto con la metodologia, la sostanza con l’animazione. Si parla ossessivamente di come insegnare, sempre meno di che cosa insegnare. E quando il contenuto resiste, lo si diluisce, lo si semplifica, lo si frammenta in micro-unità “accessibili”. Il testo lungo spaventa; la poesia integrale annoia; il capitolo impegnativo viene sostituito da un estratto illustrato, la spiegazione diventa lo spiegone dispregiativo.

Si obietta che la scuola non deve essere un luogo di sofferenza. Vero. Ma non deve nemmeno essere un parco giochi permanente. L’educazione è introduzione alla complessità del reale. E il reale non è sempre facile, né immediatamente gratificante. Abituare i ragazzi a evitare ogni fatica è prepararli a un impatto traumatico con la vita adulta, dove la perseveranza e la capacità di concentrazione sono decisive.

Vi è, inoltre, una dimensione politica del problema. Una cittadinanza priva di memoria è una cittadinanza manipolabile. Se le date non sono interiorizzate, la storia diventa un racconto intercambiabile e revisionabile con estrema disinvoltura. Se le parole non sono possedute, i discorsi pubblici non possono essere decodificati criticamente. La memoria non è solo un fatto individuale; è il fondamento di una cultura condivisa. Smantellarla e bandirla è da banditi.

Non si tratta di idolatrare la ripetizione meccanica o di negare l’importanza della comprensione.

Per demonizzare la memorizzazione di solito i pedagogisti la contrappongono, con una operazione disonesta, alla logica. L’argomento è sempre questo: memorizzare senza capire è sterile.

Ma capire senza aver memorizzato è illusorio. La comprensione si costruisce su uno sfondo di conoscenze interiorizzate. Logica e memoria non sono affatto mutuamente esclusive.

Il bambino che sa a memoria una poesia non è un automa; è un soggetto che ha incorporato una struttura linguistica complessa. Da quella struttura potrà partire per creare, variare, criticare.

L’errore più grave della pedagogia anti-memoria è antropologico: essa concepisce il bambino come soggetto da proteggere da ogni difficoltà, anziché come un essere da fortificare. Sotto la retorica dell’inclusione e della motivazione si nasconde spesso una sfiducia nelle capacità cognitive dei giovani. Si abbassa l’asticella per non generare frustrazione, ma così si comunica implicitamente che non si crede nella loro possibilità di superare l’ostacolo.

Senza memoria, il pensiero si appoggia sempre a un supporto esterno. Diventa dipendente, intermittente, fragile. Con la memoria, il pensiero è mobile, immediato, capace di connessioni impreviste. L’argomentazione interiore – quel dialogo silenzioso che precede ogni presa di parola pubblica – è possibile solo se le parole, i concetti, le immagini sono già presenti dentro di noi. Nessuno può dialogare con il vuoto.

In un’epoca ossessionata dall’innovazione, difendere la memoria appare paradossalmente un gesto rivoluzionario. Ma forse è necessario un atto di resistenza culturale contro l’oblio programmato. Non per tornare a una scuola punitiva, ma per restituire dignità alla fatica intellettuale. La memoria non è il nemico del pensiero critico; ne è la condizione di possibilità.

Chi vuole davvero formare menti libere dovrebbe avere il coraggio di reintrodurre l’esercizio, la ripetizione, la recitazione, l’apprendimento stabile. Non per nostalgia, ma per realismo. Perché senza memoria non c’è linguaggio articolato; senza linguaggio articolato non c’è pensiero complesso; e senza pensiero complesso non c’è cittadinanza matura. Ci sono le derive populiste.

Il resto – la retorica della leggerezza permanente, l’illusione che tutto sia accessibile senza sforzo, la valutazione indulgente e annacquata, l’abbassamento sistematico dell’asticella – è, semplicemente, fuffa.

Fuffa accreditata da un apparato di articoli, convegni e “ricerche” (!) che si citano, si legittimano e si confermano reciprocamente o si disconoscono senza imbarazzi, in un circuito chiuso dove l’ipotesi iniziale coincide sempre con la conclusione. Un ecosistema autoreferenziale che produce le prove di cui ha bisogno per sopravvivere, che misura ciò che ha deciso di misurare e trova esattamente ciò che aveva previsto di trovare.

Un sistema chiuso, autoreferenziale, capace di produrre le proprie conferme e di neutralizzare ogni obiezione con aggressività docimologica. Quasi inattaccabile. Quasi. Perché la realtà continua ostinatamente a parlare. Ma la realtà, si sa, disturba.

E dunque — contro ogni evidenza — va negata: abbasso la memoria. Viva l’ignoranza!

 

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Vietato ricordare ultima modifica: 2026-03-01T07:42:51+01:00 da
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