dal blog di Norberto Gallo, 31.3.2026.
I numeri che spiegano tutto. Lo stipendio che non basta e il rispetto che non c’è più.
Chi sceglie la scuola come lavoro lo fa per esclusione geografica e professionale.
Esiste un paradosso al cuore della scuola italiana: l’istituzione che deve formare le nuove generazioni è governata da persone che quelle generazioni non riescono a capire, non riescono ad attrarre, e sempre più faticano a trattenere. Non si tratta di metodi didattici o programmi ministeriali, si tratta di un prosaicissimo problema anagrafico di chi ha il compito di insegnare.
I numeri che spiegano tutto
I dati ministeriali sull’anno scolastico 2023/24 sono impietosi.
Tra i docenti di ruolo, il 42% ha più di 54 anni e il 35% è nella fascia 45-54. Insieme, boomer e Gen X rappresentano oltre tre quarti del corpo docente stabile. I docenti di ruolo tra i 35 e i 44 anni sono il 18%.
Quelli sotto i 34 anni il 5%, meno di uno su venti. La Gen Z nel ruolo è praticamente inesistente: i giovani under 28 che insegnano lo fanno quasi esclusivamente con contratti a termine fino al 30 giugno, in attesa di una stabilizzazione che arriverà, se arriverà, quando avranno grossomodo attorno ai quarant’anni.
Il confronto internazionale aggrava il quadro: il 53% dei docenti italiani ha più di 50 anni, contro una media OCSE del 37%. Un docente italiano diventa di ruolo quasi sempre tra i 40 e i 49 anni. Entra precario da giovane, aspetta, e nel frattempo il sistema che trova già formato lo forma a sua volta o lo espelle.
Questa non è una semplice fotografia statistica, ma una mappa delle mentalità dominanti nella scuola italiana.
Una questione di età
I tre quarti degli insegnanti italiani sono boomer e Gen X. Sono vecchi? Magari un po’, ma il punto non è questo. È che il modo di concepire il lavoro in relazione a se stessi di queste generazioni è dominato da quella che gli americani chiamano “workaholic tendencies”. In poche parole, la tendenza a costruire la propria identità attorno al lavoro fino al punto in cui lavorare molto e farlo vedere, diventa un valore in sé, indipendentemente dai risultati. Più che dedizione è il bisogno di dimostrare attraverso la fatica visibile di meritare il posto che si occupa. E sottintende l’idea che più lavoro corrisponda a maggiore gratificazione sociale ed economica.
Questo modo di vedere il lavoro è nato negli anni del boom economico e per molto tempo ha funzionato egregiamente, salvo crollare miseramente sotto i colpi di crisi finanziarie all’inizio del nuovo millennio.
Ovviamente, chi ha costruito la propria identità professionale in un sistema in cui il sacrificio visibile era la misura della serietà, in cui il posto fisso valeva qualsiasi costo, in cui la dedizione oltre il contratto era chiamata vocazione, ha interiorizzato quel modello come unica forma possibile di professionalità. E ancora adesso lo respira come aria e lo ha trasmesso anche alla generazione venuta dopo, i millenials, più scettici sui risultati ma incapaci di trarne le conseguenze.
Il risultato nella scuola è un’istituzione che funziona, o almeno ci prova, secondo una logica degli anni Novanta applicata a una realtà del 2025. Si modernizza a parole con nuovi curricoli, competenze digitali, PTOF, autovalutazione. Ma resta sostanzialmente ferma nei comportamenti reali. Per cui il buon insegnante è quello disponibile, presente oltre l’orario, raggiungibile nel weekend, capace di coprire i buchi organizzativi con il proprio tempo libero senza protestare. Il workaholic teacher come standard non scritto ma universalmente atteso.
Lo stipendio che non basta e il rispetto che non c’è più
Per decenni il patto implicito ha retto su due gambe. La prima era economica: lo stipendio da insegnante non era brillante, ma il posto fisso valeva come ancora esistenziale. Casa, famiglia, pensione, identità sociale: il conto tornava, anche se stretto. La seconda era simbolica: l’insegnante era una figura riconosciuta, rispettata, con un peso culturale nella comunità. Nelle città piccole, nei quartieri, nelle famiglie, il professore era qualcuno.
Entrambe le gambe si sono rotte, per giunta quasi contemporaneamente.
I salari reali degli insegnanti italiani sono tra i più bassi d’Europa in rapporto al PIL pro capite e non hanno recuperato terreno in trent’anni. Un docente a inizio carriera guadagna quanto basta per sopravvivere nelle città medie, non abbastanza per costruire qualcosa nelle città grandi. Nel frattempo la percezione sociale si è capovolta: l’insegnante non è più la figura culturale di riferimento ma è diventato il lavoratore con le vacanze lunghe, lo stipendio garantito, l’orario corto. Con l’accumulo di un doppio svantaggio simbolico: lavori più di quanto si creda, guadagni meno di quanto vorresti, e ti dicono anche che sei fortunato.
In questo quadro, chiedere la dedizione totale del workaholic teacher significa chiedere il prezzo più alto in cambio del ritorno più basso.
Chi sceglie la scuola e perché
La conseguenza è quella che chi osserva il sistema dall’interno già vede con chiarezza.
Chi sceglie la scuola come lavoro tende a farlo per esclusione geografica e professionale. Viene da aree del paese dove il mercato del lavoro per i laureati è sottile, dove le alternative scarseggiano, dove il posto fisso, anche quello scomodo, anche quello lontano, resta comunque un’ancora in assenza di altre ancore. È una vocazione dimezzata, più che altro razionalità economica a fronte di minori opzioni.
L’effetto è che il sistema scolastico si sta selezionando al contrario attraendo anzitutto chi non ha alternative, perdendo chi le ha.
La raccomandazione che non funziona più
C’è una frase che ha attraversato indenne decenni di riforme scolastiche, sentita da chiunque abbia pensato anche solo di sfiorare l’insegnamento: il ruolo innanzitutto. Perché era il posto fisso, e il posto fisso significava tutto. Valeva qualsiasi sacrificio, compresi anni di supplenze e il ruolo a mille chilometri da casa. Si partiva, si resisteva, si aspettava il trasferimento. Era un investimento con un ritorno ragionevolmente prevedibile. Che però è diventato sempre più un ritorno vicino allo zero se non a cifra negativa.
La Gen Z che ora comincia ad affacciarsi anche al mondo dell’insegnamento, è la generazione che quel conto lo fa di più e meglio degli altri. È la prima ad aver interiorizzato, senza trauma, che il mercato del lavoro non è un patto meritocratico. Il 90% dichiara di voler fare upskilling, il 74% considera la formazione continua una priorità. Secondo Deloitte 2025, il 77% lascerebbe un lavoro che non garantisce benessere. Non perché siano pigri, l’accusa più ricorrente, ma perché tra precariato e contrazione del mercato, ha capito che investire energie dove il ritorno è zero è irrazionale, non virtuoso.
Vedono chiaramente che la supplenza o anche il posto fisso in una scuola lontana significa stipendio bloccato, affitto in una città sconosciuta, pensione incerta, casa inaccessibile. E a questo punto rifiutare è la scelta razionale, perché non si tratta di rinunciare alla carriera, ma di leggere correttamente i termini di un contratto svantaggioso.
Quello che si perde
A questo punto è facile prevedere: man mano che i vecchi andranno via la scuola italiana troverà sempre meno giovani che vogliano insegnare, perché ha un problema di sistema che non riesce più a giustificare il prezzo che chiede.
Finché sarà governata da chi quel prezzo lo ha pagato e lo considera normale, non lo vedrà. Quando il ricambio generazionale dovrà arrivare, e dovrà arrivare per ragioni anagrafiche prima che politiche, rischia di avvitarsi su se stessa, attraente solo per chi non avesse di meglio. Con buona pace della retorica consolidata sulla passione e l’insegnamento come missione sociale.
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Insegnare non interessa più e interesserà sempre meno ultima modifica: 2026-04-07T04:20:57+02:00 da

